intrigo a hebet
Nodhes ed Ineran sgattaiolarono nel sotterraneo del castello-fortezza di Hebet, sede del Vescovo. Udirono sotto di loro il levarsi di una salmodia in una lingua estranea agli uomini, una lingua che proveniva dagli Dei ma adattata all’uomo, forse una “lingua morta” di quando il caos regnava sulla Terra, prima che gli Dei la forgiassero nella sua forma attuale. Le oscure parole incutevano un senso di inquietudine e pochi erano coloro che le profferivano alla luce del sole.
“Quante volte ti ho già detto che odio gli stregoni Nodhes?” chiese Ineran al compagno, ma il mercenario non gli rispose, troppo concentrato nei suoi pensieri per dargli retta. In fondo alle scale, attraversato un arco, c’erano delle figure male illuminate dalla fioca luce delle candele.
In mezzo alla stanza c’era il Vescovo, un uomo più anziano di quanto i due assassini non si aspettassero. Aveva la pelle cadente e i tendini evidenti sotto i muscoli rinsecchiti del collo. I capelli, di cui non rimanevano che poche ciocche, erano bianchi e rasati; ma la sua voce potente rivelava un’inaspettata vitalità. Nella sala c’erano anche alcune figure inginocchiate di fronte al vescovo ed una di esse procedeva verso di lui, facendo oscillare un turibolo che spargeva fumi dall’odore dolciastro.
“Non possiamo farlo davanti a tutte queste persone e sperare di cavarcela” sussurrò Ineran.
“Nascondiamoci dietro le nicchie lungo il corridoio e aspettiamo che finisca tutto quanto” rispose Nodhes. Si resero però conto che il loro piano era destinato a fallire quando udirono uno sferragliare di catene provenire da poco sopra.
“Forza!” incitò una roca voce maschile.
“No, vi prego!” fu la supplichevole risposta di una voce femminile.
Due grosse guardie stavano conducendo una giovane ragazza, bella e florida, il cui volto era rigato dalle lacrime e contratto dalla paura.
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