intrigo a hebet
Nodhes ed Ineran sgattaiolarono nel sotterraneo del castello-fortezza di Hebet, sede del Vescovo. Udirono sotto di loro il levarsi di una salmodia in una lingua estranea agli uomini, una lingua che proveniva dagli Dei ma adattata all’uomo, forse una “lingua morta” di quando il caos regnava sulla Terra, prima che gli Dei la forgiassero nella sua forma attuale. Le oscure parole incutevano un senso di inquietudine e pochi erano coloro che le profferivano alla luce del sole.
“Quante volte ti ho già detto che odio gli stregoni Nodhes?” chiese Ineran al compagno, ma il mercenario non gli rispose, troppo concentrato nei suoi pensieri per dargli retta. In fondo alle scale, attraversato un arco, c’erano delle figure male illuminate dalla fioca luce delle candele.
In mezzo alla stanza c’era il Vescovo, un uomo più anziano di quanto i due assassini non si aspettassero. Aveva la pelle cadente e i tendini evidenti sotto i muscoli rinsecchiti del collo. I capelli, di cui non rimanevano che poche ciocche, erano bianchi e rasati; ma la sua voce potente rivelava un’inaspettata vitalità. Nella sala c’erano anche alcune figure inginocchiate di fronte al vescovo ed una di esse procedeva verso di lui, facendo oscillare un turibolo che spargeva fumi dall’odore dolciastro.
“Non possiamo farlo davanti a tutte queste persone e sperare di cavarcela” sussurrò Ineran.
“Nascondiamoci dietro le nicchie lungo il corridoio e aspettiamo che finisca tutto quanto” rispose Nodhes. Si resero però conto che il loro piano era destinato a fallire quando udirono uno sferragliare di catene provenire da poco sopra.
“Forza!” incitò una roca voce maschile.
“No, vi prego!” fu la supplichevole risposta di una voce femminile.
Due grosse guardie stavano conducendo una giovane ragazza, bella e florida, il cui volto era rigato dalle lacrime e contratto dalla paura.
“Vedrai che il peggio deve ancora venire” la schernì una delle guardie “devi ancora provare un bel po’ di sofferenza prima di morire”.
Ineran, compreso che lui e Nodhes non potevano più nascondersi nel corridoio, si apprestò ad entrare nella sala del rituale, sperando di passare inosservato tra le ombre ed arrivare alle spalle del Vescovo.
“Aspetta!” lo bloccò Nodhes. “Sostituiamoci alle guardie”.
I due si nascosero quindi nelle nicchie che decoravano le scale e, quando le guardie passarono sotto di loro, gli piombarono addosso. Nodhes girò la catena della sua spada intorno al collo di una guardia, strangolandola. Ineran invece tagliò la gola col suo coltello all’altra guardia.
“Chi siete?” domandò la ragazza impaurita.
Ma Ineran le fece cenno con un dito di stare zitta mentre Nodhes raccoglieva i mantelli delle due guardie, passandone uno al compagno e indossando l’altro direttamente sulle sue vesti.
“Fidati di noi e prega il tuo Dio” le consigliò Nodhes mentre i tre facevano il loro ingresso nella sala del Vescovo.
Il vescovo vide arrivare la sua vittima sacrificale e con un battito delle mani fece spostare gli uomini inchinati al suo cospetto per far passare il terzetto. L’area dove si stava svolgendo il rituale era ribassata rispetto al resto del pavimento, di fronte al Vescovo c’era una zona circolare, come una colonna che sprofonda nel pavimento e dalle fessure che la circondavano si alzavano dei sinistri vapori. Il Vescovo fece segno alle guardie di andare e lasciargli la ragazza.
“Tenta di scappare” sussurrò Ineran all’orecchio di lei. All’inizio la giovane non seppe se fidarsi di Ineran, ma poi decise di seguire il suo consiglio e tentò finalmente di divincolarsi tirando le sue catene.
“Non voglio morire” urlò la ragazza, dando così alle “guardie” la scusa per trattenerla ed avvicinarsi ancora di più al Vescovo, piuttosto che lasciarsi congedare.
“Voltati” esordì improvvisamente il Vescovo.
La ragazza si ammansì all’istante, come rapita dalla voce del Vescovo e si gettò ai suoi piedi, ghermita ormai dal suo incantesimo.
“Liberatela!” ordinò l’uomo. Solo in quel momento Ineran e Nodhes si resero conto di non aver preso le chiavi dalla cintura delle vere guardie. Il corvo intanto, osservava i due dall’alto, appollaiato sul capitello di una colonna. Nel becco teneva strette le chiavi di cui i suoi compagni avevano bisogno. L’uccello si alzò in volo lasciando cadere le chiavi direttamente nella salda presa di Nodhes. Fortunatamente gli accoliti avevano i volti fissi sul pavimento e neanche il Vescovo si accorse dell’inganno, troppo preso nel suo rituale.
Nodhes aprì le catene della ragazza che, finalmente libera ma soggiogata dalla stregoneria del Vescovo, gettò le sue braccia al collo dell’uomo. Questi, con un rapido gesto, le slacciò il vestito rivelandone la nudità. Il Vescovo, ormai preso dal suo rituale, non fece più caso alle due guardie che, invece di ritirarsi, si appostarono alle sue spalle, senza che nessuno badasse a loro. La ragazza sospirava e pendeva letteralmente dalle labbra del suo aguzzino che la sosteneva col suo abbraccio. Dalle falde delle sue maniche il Vescovo estrasse una grossa gemma rossa attaccata ad una catenella ed un pugnale sacrificale dalla lama ondulata, pronto a colpire la ragazza.
Ineran però afferrò il polso destro del vescovo e lo torse alle sue spalle, puntandogli il coltello alla gola. La lama sacrificale cadde a terra in un clangore metallico.
“Pazzi…” sibilò il Vescovo.
“Lasciateci uscire con la ragazza e vi restituiremo il vostro Vescovo” bluffò Nodhes.
Gli accoliti alzarono il volto verso la scena, ma la loro reazione lasciò perplessi i due avventurieri: tutti quanti si alzarono e fuggirono abbandonando il Vescovo al suo destino. Anche la ragazza, che riemerse dal suo torpore, osservò esterrefatta la scena.
“Mi spiace, sembra che tu non valga niente come ostaggio” disse cinico Nodhes al Vescovo per poi estrarre la sua lama colpendo a morte l’uomo. L’amuleto che stringeva nella mano sinistra cadde a terra ed Ineran si gettò a recuperarlo prima che questo scomparisse nella fessura del pavimento che lo stava inghiottendo: riuscì ad afferrare la catenella poco prima che questa scomparisse del tutto ma le sue dita non erano abbastanza sottili da penetrare la fessura e riuscì solo a tenerlo fermo, evitando che l’oggetto andasse perduto definitivamente.
Nel frattempo qualcosa nell’aria intorno a loro era cambiato, come se il confine tra due mondi si fosse assottigliato. La predella circolare dove Ineran, Nodhes e il cadavere del vescovo si trovavano iniziò a ruotare su sé stessa e ad abbassarsi.
“Druhnkno! Prendi questo affare!” implorò Ineran. Il corvo con il suo becco riuscì ad afferrare un altro pezzo di catenella ed a tirare in salvo la gemma rossa tanto preziosa al ladro. Nel frattempo la predella aveva finito la sua discesa lasciando i due uomini in un silenzio tombale, che fu però presto interrotto dal levarsi di sinistri sospiri. In fondo al pozzo si aprivano attraverso degli archi a sesto acuto altrettante stanze avvolte nella penombra.
“Tutto bene?” urlò la ragazza da sopra.
La presenza degli spiriti però faceva gelare il sangue nelle vene di Nodhes ed Ineran. Le mani dei morti apparirono dal nulla e ghermirono il cadavere del Vescovo, privo di ogni protezione o talismano; un’ombra, dopo avergli afferrato il volto, gli si proiettò nella gola e il corpo privo di vita ebbe un sussulto.
Ineran intanto intascò finalmente l’amuleto e poi affidò al corvo l’estremità di una corda.
“Portala su e falla legare dalla ragazza: non ho intenzione di avventurarmi in quelle stanze da dove provengono i morti”.
La ragazza legò saldamente la corda ad una colonna ed i due avventurieri, spinti dalla paura, riemersero in fretta dal pozzo dove il Vescovo aveva ripreso a muoversi.
Il gruppo però non si fermò a vedere cosa stesse accadendo al loro defunto avversario e si lanciò nella fuga. Risalendo le scale che conducevano al sotterraneo, andarono però a sbattere contro un gruppo di guardie; una di queste era vestita in modo più ricco delle altre ed era evidentemente il loro capitano.
“Sono loro! Acciuffateli!” ordinò ai suoi subalterni.
“Sì magister!” risposero gli altri.
Nodhes e Ineran riconobbero subito il volto di colui che aveva dato il comando: era l’uomo dai lineamenti sottili a cui il butterato aveva fatto cenno all’osteria pochi giorni fa, quando stava affidando loro questo lavoro…
Nella capanna di Eron, Nodhes si applica gli unguenti che Emys gli ha preparato: l’incontro con gli incappucciati ha avuto pesanti ripercussioni sull’avventuriero e sul suo volto stanno comparendo i primi arrossamenti che Eron ha tristemente imparato a riconoscere come i primi segni della maledizione. Nodhes applica la cura senza proferire una parola; non sembra consapevole del pericolo che corre.
“Qualcuno è sopravvissuto alla maledizione?” si informa Ineran parlando discosto a Eron.
“Qualcuno sì… qualcuno è sopravvissuto” risponde laconicamente il saggio, anch’egli colpito dalla piega che hanno preso gli eventi. Pensava che Nodhes avrebbe ristabilito la normalità nella valle ed ora invece pare essere stato vittima lui stesso della maledizione.
“Cosa c’era nel turibolo che vi abbiamo portato?” continua Ineran.
“Non lo so, non abbiamo ancora guardato. Emys, andiamo a vedere”.
Il gruppo si dirige fuori ed apre il turibolo all’interno di un piccolo cerchio di pietre per il fuoco. L’aspersorio rivela al suo interno un sacchetto umido e maleodorante. Emys ne libera il contenuto con l’aiuto di un coltello, trattenendo i conati di vomito. L’interno del sacchetto è stracolmo di fetidi insetti, vivi e morti, tutti diversi tra loro, dall’aspetto malsano e putrido: molti si sono già decomposti, altri invece si divincolano e tentano ora di fuggire via. Emys afferra una pietra e li schiaccia prima che possano allontanarsi.
“Diamogli fuoco” suggerisce Ineran.
Quando la ragazza appicca il fuoco a quel lordume, subito dalle fiamme scaturiscono fumi nauesanti.
Eron osserva le volute di fumo che si alzano dal rogo, agitando alcuni suoi amuleti e cantilenando melodie dal sapore antico. Si interrompe all’improvviso quando il fuoco si spegne, dopo aver consumato il sacrilego combustibile. Quindi estrae da una sacca dei semi lunghi e sottili, i semi della rara pianta del fuoco. Quando il veggente li sparge sulle braci morenti le fiamme riavvampano vivaci, sollevando nuove volute di fumo, in cui Eron sembra riconoscere oscure verità. Alla fine di questo processo rivela anche agli altri ciò che ha scoperto grazie ai suoi poteri divinatori:
“Questo orrore proviene dagli Dei Mai Nati, rimasti nell’Ombra quando il mondo si è formato; forme divine messe al bando ed in esilio dagli Dei Maggiori, che si sono fatti strada nel Caos Primordiale. Qualche pazzo si è messo a venerarli dando loro nuova forza e il contatto con il nostro mondo. Non è possibile dire che cosa siano in grado di fare perché hanno ancora a disposizione la materia grezza dalla quale è stato plasmato il nostro mondo. Questo è un culto dell’abominio”.
Eron si volta poi verso il castello, sicuro che da quel luogo provengano le risposte che gli mancano.
“Potremmo mandare là il corvo” suggerisce Ineran a Nodhes.
Emys si volta verso il furfante chiedendogli: “A cosa potrebbe mai servire mandare un uccello laggiù?”
Ineran la guarda, per un attimo confuso a quella domanda.
“Lei non sa che io parlo! Cra!” dice infine Druhnkno suscitando grande stupore nella ragazza.
“Era ora che tu ti decidessi a parlare, Druhnkno!” replica compiaciuto Eron mentre Emys osserva il corvo intensamente, per poi esclamare: “Tu non sei un corvo parlante… ma un uomo che è stato maledetto!”
“L’arrivo di un uomo maledetto contribuirà a spezzare la maledizione” pensa Eron ripercorrendo con la mente le sue visioni. “Tu sei un tassello del mosaico che gli Dei hanno disegnato per dissolvere questa maledizione” dice rivolto al corvo. Ma Druhnkno pare avere poca voglia di essere messo al centro dell’attenzione e decide quindi di alzarsi in volo, alla volta del castello.
Druhnkno atterra su di una finestra del castello: questo è l’ennesimo tentativo che fa di trovare qualcuno da spiare, ma il luogo pare essere completamente deserto ed abbandonato. La stanza che sta osservando ora sembra essere quella del Signore del luogo, ma nonostante ciò è sfatta e sporca, tenuta senza alcuna cura. Se Lord Durskell ha davvero una consorte in questo luogo, Drunkhno non è stato capace di trovarla! In compenso il castello è abitato da una presenza malsana che mette in agitazione ogni senso del corvo.
Druhnkno non si lascia scoraggiare e continua la sua esplorazione. Dopo qualche minuto finalmente nota un po’ di movimento, ma si tratta di una piccola processione che si avvicina al castello. Alcune figure ammantate di porpora provengono dal sentiero che scende ripido dalla montagna e tra di loro cammina anche Lord Druskel, come inebetito e soggiogato da un peso più grande di lui. Un gruppo di nanetti dallo sguardo malvaglio lo incalza in direzione del castello.
Mentre osserva quella scena il sesto senso di Druhnkno gli urla qualcosa: c’è qualcuno che lo sta osservando. Il corvo abbassa gli occhi a terra e non può fare a meno di notare due figure ammantate che, al di sotto dei loro cappucci, sembrano dirigere il loro sguardo al suo indirizzo. Ma Druhnkno non ha intenzione di indugiare ulteriormente e, con un battito d’ali, abbandona il castello.
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