La Saga di Nodhes di Thraal

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orrore a palazzo

8 February, 2008 (20:44) | la maledizione degli dei informi

Burgen era già stato al castello molti anni fa, quando Lord Durskell aveva conquistato da poco la valle e lui era ancora a capo del villaggio di Usten.
Il signore del castello drenava le terre che controllava privando i suoi abitanti di ogni risorsa che erano in grado di dargli. I contadini lavoravano senza sosta ai campi e le bestie venivano uccise non appena erano abbastanza grandi da essere macellate. Burgen decise di condurre un coraggioso mercenario alla corte del Conte, sperando che, come ricompensa, concedesse al suo villaggio una riduzione dei tributi dovuti. Quell’uomo era proprio Nodhes di Thrall, mercenario in erba con meno cicatrici, esperienza ed amarezza di oggi.
“Cerca di darti una rassettata” disse Burgen rivolto al mercenario dall’aspetto un po’ trasandato.
“Posso sapere almeno qualcosa su questo lavoro?” rispose Nodhes cercando di aggiustarsi i lacci del corpetto di cuoio.
“Verrai pagato bene” replicò Burgen occhieggiando alla spada nera incatenata al polso di Nodhes “Lord Durskell mantiene sempre le sue promesse…” questa volta rivolto più a se stesso che al mercenario. Nodhes non era l’unico motivo che spingeva Burgen a recarsi al castello: egli aveva un altro conto da saldare, ben più importante.

Le doti di veggente di sua figlia, seppur ancora giovanissima, non erano passate inosservate e Lord Durskell gli aveva imposto che ella venisse condotta a corte affinché divenisse sua vestale. Burgen acconsentì, onorato dell’opportunità che veniva concessa a sua figlia, così per un anno Emys visse a corte, apprendendo le regole dell’etichetta e ricevendo un’istruzione. Alla fine di tale periodo, sorprendentemente, Lord Durskell decise che Emys, nonostante le sue umili origini, sarebbe andata in moglie a suo figlio, unione che a sua detta era fortemente voluta dagli Dei.

All’ingresso del castello il balivo andò incontro ai due uomini, felice di vedere che il borgomastro di Usten gli aveva portato una spada al soldo.
“Questi è Nodhes di Thrall, il tributo che Usten porta al Conte Durskell”
“Molto bene” rispose eccitato il balivo, senza degnare neanche di uno sguardo l’uomo che gli aveva rivolto la parola e dirigendo invece tutta la sua attenzione sul mercenario: “Vieni con me soldato, ti istruirò io su quello che devi fare prima di incontrare il Conte” cercando così di trascinarlo per un braccio.
Ma Nodhes non si mosse di un passo, aspettando che il suo mandante lo istruisse sul da farsi.
“Desidero condurre personalmente questo mercenario dal Conte” protestò Burgen.
Il balivo sembrò scocciato delle sue parole, quasi come si fosse accorto solo ora della sua presenza:
“Lord Durskell è molto indaffarato a preparare la prossima battaglia, mi occupo io, in sua vece, di reclutare nuovi uomini” e poi, rivolgendosi di nuovo a Nodhes con tono affabile: “Ho una proposta da farti che ti interesserà di sicuro…”
Nodhes, notò con la coda dell’occhio, un uomo che li spiava di nascosto.
“Non sono interessato alle tue proposte!” gli rispose bruscamente il mercenario, riprendendo il cammino verso la sala del trono insieme a Burgen.
Il balivo li raggiunse con rapidi passi avvicinando le sue labbra ad un orecchio di Nodhes ed abbassando la sua voce ad un sussurro:
“Se desideri conferire con Lord Dunskell allora vai. Ma non accettare subito il suo lavoro, tergiversa fino a stasera, quando ti farò la mia contro-proposta.”
Subito dopo i due videro uscire dalla torre Lord Durskell, accompagnato dal figlio. Il giovane uomo forse non era ancora dotato del fisico di un condottiero ma ne aveva tutto l’arrogante temperamento. Vestito di una fastosa armatura di cuoio, arricchita da anelli di acciaio lucente e preziosi ricami di borchie di ferro che rappresentavano le effigi della sua casata, rifiutò l’aiuto del suo scudiero e montò con grande agilità sul suo magnifico destriero. Dopo aver indossato l’elmetto alzò la sua spada al cielo, sollevando un boato fra gli uomini che lo stavano attendendo in sella ai loro cavalli per poi partire al galoppo alla volta di una nuova battaglia.
Quando giunsero Burgen e Nodhes, seguiti a breve distanza dal balivo, Lord Durskell stava ancora osservando con fierezza il figlio che si allontanava.
Vedendo il mercenario che gli si avvicinava, non seppe se rivolgersi a Burgen o al suo balivo, quindi decise di parlare a tutto il gruppo:
“Dunque da dove viene questo spadaccino?”
“Potreste chiederlo all’uomo che ci stava spiando!” rispose Nodhes con tono provocatorio, indicando la persona che aveva notato poco prima.
“Sbaglio o è un tuo uomo?” tuonò Lord Durskell rivolto al suo balivo, che sgattaiolò via imbarazzato.
“Questo è il tributo di Usten alla vostra guerra.” Disse Burgen indicando il mercenario. “Sono disposto a cedere un mercenario, ma non mia figlia!”
Il Conte apparve quasi divertito dalla sfrontatezza del capo del piccolo villaggio:
“Il destino di tuo figlia non appartiene più né a te, né a me. Sai cosa dicono gli auspici: ella un giorno diverrà la Signora di questo castello.”
“Non finché io sarò il capo di questo villaggio!” si impose Burgen, questa volta facendo adirare il Conte.
“Tu non puoi opporti a me! Prostrati al tuo Signore e sottomettiti!”
Burgen sostenne con testardaggine il suo sguardo carico d’odio su quello del Conte:
“No!” fu la sua secca risposta.
Il volto di Lord Durskell si infiammò. Avanzò minaccioso verso Burgen, che però non arretrò di un solo passo. Afferrando con una mano la collana che rappresentava il suo status di capo villaggio, urlò mentre ancora lo guardava in faccia:
“Capitano! Portate via quest’uomo e fate in modo che non ritorni più al castello.”
Detto questo strappò con violenza la collana, i cui bastoncini di legno, che Burgen aveva aggiunto ad ogni nuovo anno del suo governo, si sparpagliarono a terra.

Quando l’ex capo villaggio fu portato via, Lord Durskell tornò in se rivolgendosi a Nodhes:
“Ho un compito da affidarti spadaccino: temo che mia moglie corra un grave pericolo, quindi voglio che tu vada a prenderla e la scorti qui. Partirai domattina furtivamente e senza insegne.”
Quindi gli prese una mano e gliela aprì. Si sfilò un anello e lo impugnò appoggiando la sua mano chiusa sul palmo di quella di Nodhes. Quindi la aprì, rivelandone il prezioso contenuto.
“Utilizzerai questo anello per far capire a mia moglie che ti mando io. Se riuscirai nell’impresa ti ricoprirò d’oro, altrimenti dovrai rispondere con la tua stessa vita”

Nodhes si infilò l’anello nascondendolo sotto il suo guanto di cuoio, quindi si congedò dal Conte con un lieve inchino.
Uscendo notò il balivo che lo scrutava con disprezzo e gli rivolse la parola:
“Mi spiace per te, uomo, ma io seguo la via di Ighraugh, e un assassino può svolgere un solo compito alla volta.”

È ancora notte quando Emys si prepara ad uscire. Si veste in silenzio e infila alcune cose in una borsa. Un attimo prima di uscire si ferma di colpo sentendo la voce di Ineran:
“Dove stai andando?”
La ragazza, sorpresa ed anche un po’ scocciata da quella intrusione, fa un profondo sospiro quindi, senza neanche voltarsi, risponde sottovoce:
“Mio padre mi sta aspettando al villaggio”
“Andrete al castello, vero? Non dovreste farlo, è un luogo molto pericoloso.”
“Non sono affari che ti riguardano” replica bruscamente Emys, voltandosi verso il furfante che se ne sta seduto su un pagliericcio con le spalle appoggiate a una parete. Poi, schiarendosi in viso, aggiunge con tono canzonatorio: “Se sei preoccupato per me, allora accompagnami.”
“Non è detto che non ci sarà qualcuno a guardarti le spalle…”
Emys esce senza replicare e senza voltarsi di nuovo: le parole di Ineran le sono scivolate addosso come acqua sulla paglia bollita.

Il rumore della porta sbattuta fa svegliare Eron. Le prime luci dell’alba illuminano il volto dell’uomo che, dopo essersi stropicciato gli occhi, si rende conto che il giaciglio di Emys è vuoto.
“Se ne è appena andata” gli conferma Ineran.
Eron si volta di scatto: non si è ancora abituato ad avere qualcuno in casa che non sia Emys.
“Non pensavo sarebbe uscita così presto” dice il veggente mettendosi seduto. “Ma forse è meglio così, altrimenti avrei cercato di fermarla.”
“Siamo ancora in tempo.” replica prontamente Ineran, preoccupato dalle parole del veggente.
“Se Emys ha deciso di andare incontro al suo destino, non abbiamo diritto di impedirglielo.”
“Incontro al suo destino? Che cosa intendi?”
Eron esita per un attimo, sorpreso dall’improvviso attaccamento dell’uomo per la sua giovane apprendista. Forse Ineran aveva ragione, forse non avrebbero dovuto permettere ad Emys di andare al castello.
“Non lo so di preciso e sospetto che non lo sappia neanche Emys. Se vuoi saperlo dovremmo chiederlo direttamente a suo padre.”
“E allora preparati Eron, dobbiamo raggiungerla!”

Emys segue agilmente il tortuoso sentiero che serpeggia attraverso la foresta di rocce fino al villaggio di Ustel. Per la strada pensa a suo padre e ai momenti insieme che il destino ha loro negato. Forse dopo che questa faccenda del castello sarà risolta, suo padre potrà finalmente trovare la pace. Ma più ci pensa e più avverte un brutto presentimento, quindi decide di scacciare il pensiero concentrandosi sul sentiero.
Il sole ha già superato il profilo delle montagne che circondano la valle quando Emys giunge al villaggio. Si dirige verso la capanna del padre, fuori dalla quale Bureng la sta già aspettando, quando decide di voltarsi per un ultima volta. Solo allora si accorge della presenza di Ineran, che la seguiva a breve distanza. Più in lontananza, la sagoma di Eron spunta da dietro uno sperone di roccia, anch’egli diretto verso il villaggio.

Quando sono tutti riuniti all’incrocio con il sentiero che conduce al castello, Bureng prende la parola:
“È giunto il momento per Emys di incontrare il suo destino. Edrang la sconosciuta lo vuole.”
“Quel castello non obbedisce alla regole del destino, Bureng. Al contrario, ci sono oscure volontà che ne intessono i fili, giocando con le vite della gente di questa valle.”
“Eron il saggio, le tue belle parole avranno forse effetto sua mia figlia, ma a me fanno solo sorridere.”
Emys stringe i pugni rabbiosa, ma Ineran prende la parola prima che lei possa intervenire:
“Non dovresti portare tua figlia in quel posto maledetto. È molto pericoloso” Quindi, indicando con un braccio verso le montagne alla sua sinistra, aggiunge: “Il corvo ha visto molti uomini incappucciati scendere da quel passo montano in direzione del castello.”
“Tu non puoi capire…” risponde Burgen scuotendo la testa. “Abbiamo delle tradizioni da seguire che tu non conosci.”
Ineran si infervora improvvisamente, confermando l’inaspettato attaccamento alla giovane: “Tradizioni? Intendi forse sacrificare tua figlia agli Dei?”
Emys si frappone fra i due uomini e posa una mano sulla spalla di Ineran, parlandogli con voce dolce e triste:
“Ineran per favore, lasciaci andare. So quello che faccio. Non succederà niente di quello che hai immaginato.”
“Allora andate” replica rassegnato mettendosi da parte per farli passare.
Padre e figlia si rimettono in marcia senza aggiungere altre parole. Emys è confusa: il suo cuore le dice di seguire suo padre, ma un brutto presentimento si fa sempre più forte in lei man mano che passa il tempo. Prima di andarsene, si volta per un attimo in cerca dell’approvazione del Maestro. Eron cerca di trasmetterle sicurezza, ma i suoi occhi tradiscono la sua preoccupazione, rendendo ancor più inquieta la ragazza.

Quando Eron ed Emys sono ormai lontani, Ineran si rivolge al veggente:
“Io li seguirò senza farmi vedere. Voi nel frattempo, cercate di capire da dove vengono i servitori dalle tuniche porpora.”
“Ineran…” cerca di protestare Eron, ma ormai il furfante si sta già allontanando, muovendosi con rapidi passi silenziosi.

“Se non avrò bisogno di intervenire, non si accorgeranno neanche che li ho seguiti” si congeda.

 

Bureng aveva sentito dire che il castello fosse in decadenza, ma non pensava fino a questo punto. Piante rampicanti dall’aspetto malsano ghermiscono le mura del castello, mentre i resti contorti di alberi morti da anni incombono minacciosi sul sentiero che conduce all’ingresso. Ancor più dell’aspetto è la totale mancanza di vita del castello a scioccare Bureng. Un tempo centinaia di contadini battevano ogni giorno il sentiero, costantemente controllati da numerosi armigeri, che non mancavano mai di fare qualche battutaccia sulla fanciulla di passaggio. Dall’interno, si udiva l’incessante battere del martello del fabbro e il fiero nitrire dei destrieri dei soldati. Le mura erano popolate da innumerevoli guardie che dalla loro posizione dominavano la valle, pronti ad intervenire in caso di bisogno. Il cielo era sempre pieno di uccelli che si nutrivano dei parassiti degli animali che venivano allevati nel castello. Tutto questo adesso è scomparso, ma dire che il castello sia morto non sarebbe esatto. Anzi, si ha la costante impressione di essere osservati pur senza capire da chi. Il lugubre silenzio è rotto solamente dal soffiare di una leggera brezza che non riesce a smuovere l’aria pesante che aleggia sull’edificio e dal fischio stonato di alcuni flauti. Il castello è più che morto: è spettrale.

Prima di entrare Bureng si rivolge per un’ultima volta alla figlia:
“Ora tu sei adulta. Lord Durskell pretenderà da te il consenso che gli ho negato anni fa. Edrang la Sconosciuta guida il nostro cammino”
“Vorrai dire il tuo cammino…” replica ostinata Emys. “Io ho scelto da tempo di seguire la via di Radyss, la Grande Madre”.
“Lo so, Emys. Ma oggi è necessario che tu segua me” è la secca conclusione del padre.
Emys si sente a disagio fin dal momento in cui varca la soglia del cancello. Subito sono raggiunti da uno sciame di nanetti che indossano buffe vesti dai colori stridenti e cappelli con molte punte che terminano con dei campanellini arrugginiti.
“Visitatori” dice uno salterellando intorno ai due.
“Visitatori per il Conte…” gli fa eco subito un altro.
“Cosa vorranno da lui??” aggiunge canzonatorio un terzo.
I loro occhi sono grandi e sporgenti, i loro denti storti e ingialliti, i loro arti deformi.
Emys si schiarisce la voce per poi dichiarare:
“Chiediamo udienza al Conte e a suo figlio. Conduceteci subito da lui!”
I nanetti smettono di salterellare all’improvviso e balzano all’indietro come scossi dalla forza d’animo della giovane donna, fuggendo goffamente per le scale e ruzzolando l’uno sull’altro.

Emys e Bureng li seguono a breve distanza senza grandi difficoltà, finché i nanetti non arrestano la loro folle corsa, rincuorati dalla vista di Lord Durskell, nella sala del trono.
“Il Conte! Il Conte!” le loro vocette echeggiano dall’interno della sala come fossero centinaia.
Emys è ancora più turbata di prima quando si rivolge al padre prima di entrare nel salone:
“Quello che stiamo facendo non ha senso! Lo sto facendo solo per te, da domani non venirmi più a cercare.”
Le parole vanno dritte al cuore del padre, lasciandolo quasi senza fiato. Cerca tuttavia di apparire distaccato:
“Non temere Emys, Edrang ci guiderà verso la verità…” e dopo che Emys lo ha distanziato di qualche passo pronuncia con un sussurro tra se e se: “… e fra poco la scoprirai.”

Il portale si apre su un’enorme sala divisa in tre navate, come una chiesa. L’aria stagnante odora di chiuso, di depravazione e dissolutezza. Il suo aspetto non è cambiato molto negli ultimi anni: le imponenti colonne a tre fusti che dividono le navate sono ancora in piedi e sono ancora sormontate da ricchi capitelli finemente scolpiti con motivi grotteschi. Ci sono ancora le alcove buie che sovrastano le navate laterali e in cui tanti anni addietro Bureng incontrò il balivo per presentargli Nodhes. Ma non si vedono più i festoni colorati, le ghirlande profumate, le innumerevoli candele accese. Al loro posto sono rimasti solo i lampadari, utilizzati come macabri sostegni per appendere i corpi dei nemici del Conte.
Decine di nanetti affollano la sala, arrampicati sulle colonne o aggrappati ai lampadari; si sentono persino i loro passetti sul soffitto.
Il Conte giace stravaccato sul trono in fondo alla navata principale, risvegliandosi dal suo torpore solo quando gli ospiti non gli sono che a pochi metri di distanza. Scaccia stancamente con la mano un nanetto che gli stava biascicando qualcosa nell’orecchio e si alza in piedi, cercando di assumere un atteggiamento regale. Il suo volto è scavato, emaciato e pallido.
“Che volete? Non è giorno d’udienza oggi!”
“Oggi è il diciassettesimo compleanno di mia figlia Emys. Ora che è adulta, è venuta a negare di persona ciò che le è stato chiesto anni fa.” Risponde fiero Bureng.
Ma il conte sembra assorto, come per capire chi sia l’uomo che gli sta parlando. Quindi Bureng cerca di spiegare:
“Le nostre leggi impongono…” ma è subito interrotto dal conte, destatosi all’improvviso:
“Tu sei Bureng! Il capo del villaggio di Usten. Con il tuo comportamento sconsiderato hai negato il solversi del volere degli Dei: tu hai portato la maledizione su questa valle!”
Emys e Bureng sono perplessi dalle parole del Conte, evidentemente fuori di sé. Nel frattempo Bureng è costretto scacciare un nanetto che cerca di mordergli la gamba ed è Lord Durskell a riprendere la parola:
“Se avessi le mie guardie ti farei portare nella torre e torturare, affinché gli Dei possano perdonarci.”
“Gli Dei molleranno la loro morsa fatale su questa valle dopo che Emys avrà compiuto il suo destino” vaneggia testardo Bureng. “Mandate a chiamare vostro figlio e poniamo fine a questi giorni sciagurati.”
Alle parole del capo villaggio, il Conte prorompe in una risata profonda, a cui subito fanno eco, innumerevoli, quelle dei nanetti che infestano la sala. La risata termina poco dopo, quando il Conte è colto da forti convulsioni di tosse. Non appena riesce a riprendersi, parla mostrando un forte risentimento:
“Avrei dovuto farti tagliare la testa quando mi disubbidisti la prima volta.” Quindi si accascia nel suo scranno, assumendo una nota triste: “Adesso è troppo tardi… per tua figlia… per MIO figlio… ma soprattutto per te!” Una lunga mano afferra saldamente una spalla di Bureng, all’improvviso, il quale fa in tempo solo a notare con la coda dell’occhio la figura ammantata di viola che emette il suo tetro soffio da sotto il cappuccio.
“Padre!” urla concitata Emys, quando anch’essa è afferrata da un altro servitore incappucciato.

Ineran è riuscito ad entrare nel castello senza che nessuno facesse qualcosa per fermarlo. Evidentemente le attenzioni dei servitori sono tutte rivolte verso gli altri due visitatori. Mentre percorre l’angusta gradinata che conduce al matroneo che sovrasta le navate laterali della sala del trono, sente fortissime risate provenire da sopra. Quando termina la sua scalata, si ritrova in una stretta balconata completamente ricoperta di ossa. Sotto di lui, due figure ammantate di viola hanno già afferrato Emys e suo padre. Deve inventare un diversivo: afferra per un braccio un nanetto aggrappato ad un capitello e lo scaglia con tutta la sua forza contro gli incappucciati. La sua azione è talmente rapida da non dare al malcapitato il tempo di ribellarsi. Il nanetto, dopo una lunga parabola accompagnata dal suo stridulo grido, atterra con un macabro rumore di ossa rotte proprio ai piedi di una delle tuniche porpora, rotolandogli addosso e facendogli mollare la presa su Emys.
Ineran scaglia a ripetizione una salva di frecce, con lo scopo di generare confusione nella sala e riuscendo perfettamente nel suo intento: i nanetti cominciano infatti a scappare in ogni direzione, mentre le guardie incappucciate sembrano irremovibili. Anche quando una freccia si conficca nel braccio di una loro, queste, eteree, si dirigono in direzione del furfante, emettendo il loro sinistro soffio.
“Scappa Emys!” urla Ineran, quando ormai sta per esaurire le frecce e due uomini ammantati iniziano a risalire le colonne con movimenti plastici.
“Padre!” urla di nuovo Emys mentre Bureng viene portato via.
“Non pensare a me. Fuggi!” fa in tempo a risponderle prima di scomparire nell’oscurità.
Emys cerca di trattenere le lacrime mentre urla un anatema verso Lord Durskell:
“Tu sei la vera causa della maledizione! Un giorno pagherai per tutto il male che hai fatto!”
Dopodiché si decide finalmente a fuggire dal salone in direzione dell’uscita.
Nel frattempo Ineran estrae il suo pugnale e recide le lunghe dita della mano di un uomo incappucciato che stava raggiungendo la sommità della colonna, facendolo ricadere all’indietro e piombare proprio addosso ad un altro servitore. Quindi rimbocca le scale da cui era venuto cercando di raggiungere la ragazza. Mentre scende sente però un urlo di terrore di Emys che lo sprona ad andare ancora più veloce travolgendo letteralmente i nanetti che cercano di intralciarlo.
Emys non è riuscita ad uscire dal salone perché un orribile creatura gli blocca la via di fuga. D’un tratto si rende conto di capire chi la sta fronteggiando: è il figlio di Lord Durskell, corrotto nel fisico come il castello che li ospita. Ad averle fatto pensare che fosse a cavallo erano state le sue enormi zampe caprine. Su di esse spicca la sua vecchia armatura di cuoio, coperta sulle spalle da un mantello logoro. Un braccio è completamente deforme, lungo fino a terra e disarticolato come il corpo di un serpente. L’altro invece, che sarebbe quasi normale se non fosse per la pelle cadente e avvizzita, stringe in mano la sua famosa spada Rayrris. Il volto è letteralmente butterato di occhi, molti dei quali infetti e catarattosi. Porta la tiara regale, ormai talmente incarnata nella testa protubescente da essere un tutt’uno con lui.
La sua voce, forte e profonda, echeggia come un tuono nella grande sala:
“Emys!”

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Comments

Comment from eradan
Time: February 15, 2008, 9:44 am

Miiiiiiii, che emozione!
Devo dire che mi piacerebbe essere davvero quel personaggio stra-fico che sei riuscito a descrivermi.
Posso assumerti come PR?

Comment from Daniele
Time: February 15, 2008, 10:44 am

Oh-mamma che narrazione! Mi ha accelerato i battiti, sono ancora scosso. Con quante lettere si scrive “bravo”? Troppo poche rispetto a quelle che meriteresti :)

Comment from Federico
Time: February 15, 2008, 12:12 pm

Grazie! Siete troppo buoni :D
Comunque la maggior parte dei dettagli narrativi sono farina del tuo sacco Daniele, dato che li ho certosinamente appuntati durante la sessione. Molti altri vengono dagli altri giocatori; io non ho aggiunto molto di mio pugno.
In pratica questo capitolo è il frutto della creatività di tutto il gruppo! ;)

Comment from eradan
Time: February 15, 2008, 7:05 pm

io però sono invidioso… a me tanti complimenti non li fanno mai… :’(

Comment from eradan
Time: February 15, 2008, 7:07 pm

e nemmeno un commentino…. :’( :’(

Comment from Galdor
Time: February 21, 2008, 7:57 pm

Cavolo: sono rimasto incollato alla lettura…fantastico!!
Complimenti vivissimi all’autore che si è ricordato davvero TUTTI i minimi dettagli.

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