la fiamma che divora
Avvolto nella fredda oscurità, un gruppo di temerari eroi, o di incoscienti, prosegue la sua risalita dalle catacombe verso il tempio degli Erunt. Dopo l’ultimo scontro con le tuniche porpora, sterminate dalla spada maledetta di Nodhes, si è fatta una calma innaturale. La tensione è accresciuta da un sommesso cantilenare e da un ribollire di mugugni inarticolati che rimbombano nei corridoi: un rituale oscuro carico di potere occulto…
“Tocca le corde del mondo…” mormora fra sé e sé Eron, rabbrividendo.
“Tocca le corde del mondo…” mormora fra sé e sé Eron, rabbrividendo.
Al suo fianco cammina la sua apprendista mentre poco avanti a lui Ineran e Nodhes confabulano qualcosa, in privato. Il corvo, posato sulla spalla di Nodhes, partecipa a modo suo alla conversazione, becchettando sfrontato il cappuccio del furfante, il quale lo allontana con un gesto secco della mano.
“Fa come vuoi…” sono le uniche parole che il veggente riesce a sentire, pronunciate da Nodhes mentre alza le spalle, evidentemente rassegnatosi all’ostinazione del compagno.
“Vado in avanscoperta… non sappiamo ancora cosa ci attende. Non voglio rimetterci la buccia perché siamo stati troppo avventati” dice Ineran voltandosi per un attimo verso Eron ed Emys.
Ma prima che i due possano rispondergli, la canaglia ha già voltato loro le spalle e superato un sempre più silenzioso Nodhes. La maledizione che l’ha colpito durante il loro primo incontro con le tuniche viola è ancora all’inizio del suo decorso ma il bubbone che gli si è gonfiato sul collo si sta facendo sempre più dolorante. Nonostante questo Nodhes non si è mai lamentato al riguardo ed ha continuato a comportarsi nei confronti dell’intera faccenda con un distacco difficile da interpretare.Ineran intanto, avvolto dalle misteriose salmodie, procede cauto. Nella solitudine e senza i rumori dei suoi compagni si sente più al sicuro anche se, paradossalmente, si sta dirigendo verso la fonte del pericolo. Il corridoio di fronte a lui si apre su un lato con degli archi, affacciandosi su un’ampia sala circolare, scarsamente illuminata dalla luce che filtra da un enorme portale. Dei due enormi battenti del portale uno giace a terra, scardinato. Ineran si trova in alto rispetto alla sala, su una specie di matroneo che domina il vecchio tempio degli Erunt. Il pavimento è letteralmente invaso da una montagna di creature informi e striscianti, al cui centro spicca per contrasto una pila di cuscini, tessuti, stoffe e vecchi arazzi. Sulla sommità del cumulo si erge uno scranno da cui pendono due catenelle che si perdono tra i cuscini e i mostri striscianti. Il movimento delle creature impregna l’oscurità diffondendo un odore acre e penetrante, come di lumache schiacciate.
Intorno ai cuscini si intravedono delle tuniche viola al lavoro che sembrano accudire il mare di lumache. Due di loro si chinano tra i corpi informi estraendo dal viscido ammasso una specie di uovo che avvolgono in un panno per poi infilarlo in uno dei loro turiboli. Uno dei due infine infine si mette in spalla il turibolo e si allontana dalla montagna. Ineran è congelato dall’orrore, lo spettacolo è così rivoltante da terrorizzare persino un avventuriero esperto come lui. Di tanto in tanto crede di vedere il complesso di creature innalzarsi come fossero un’unica figura, ma poi l’ammucchiarsi di esseri perde consistenza e ritorna a strisciare informe sul pavimento.
Complice anche l’olezzo emanato, il furfante non può fare a meno di dare di stomaco dietro ad una colonna. Mentre si riprende dallo shock, sente una mano invisibile sfiorargli la mente, come se qualcosa lo avesse toccato dentro; poi avverte una voce profonda chiedergli:
“Chi sei?”
Ineran, allarmato e consapevole di essere stato scoperto, si tira su il cappuccio cercando di chiudere la sua mente all’invasione, ma così facendo ottiene solo di attirare ancor di più la curiosità dell’invasore. L’attacco diviene ancora più penetrante ed Ineran comincia a sentirsi mancare l’aria. Si accascia a terra, con le spalle al muro a separarlo dalla massa di creature da basso e stringe i denti nello sforzo di resistere all’assalto mentale.
Tutto ad un tratto l’assedio termina ed Ineran capisce che la creatura, così come è venuta, se ne è andata. Approfitta quindi per alzarsi e fuggire, non senza notare però che qualcosa è profondamente cambiato nella sala: il cupo salmodiare si è fatto più agitato e le voci riecheggiano nei corridoi, insieme ai passi concitati e claudicanti delle tuniche porpora.
“Trovateli e portateli a me!” sibila la stessa voce di prima mentre uno scalpiccio agitato riempe i cunicoli sotterranei.
“Fa come vuoi…” sono le uniche parole che il veggente riesce a sentire, pronunciate da Nodhes mentre alza le spalle, evidentemente rassegnatosi all’ostinazione del compagno.
“Vado in avanscoperta… non sappiamo ancora cosa ci attende. Non voglio rimetterci la buccia perché siamo stati troppo avventati” dice Ineran voltandosi per un attimo verso Eron ed Emys.
Ma prima che i due possano rispondergli, la canaglia ha già voltato loro le spalle e superato un sempre più silenzioso Nodhes. La maledizione che l’ha colpito durante il loro primo incontro con le tuniche viola è ancora all’inizio del suo decorso ma il bubbone che gli si è gonfiato sul collo si sta facendo sempre più dolorante. Nonostante questo Nodhes non si è mai lamentato al riguardo ed ha continuato a comportarsi nei confronti dell’intera faccenda con un distacco difficile da interpretare.Ineran intanto, avvolto dalle misteriose salmodie, procede cauto. Nella solitudine e senza i rumori dei suoi compagni si sente più al sicuro anche se, paradossalmente, si sta dirigendo verso la fonte del pericolo. Il corridoio di fronte a lui si apre su un lato con degli archi, affacciandosi su un’ampia sala circolare, scarsamente illuminata dalla luce che filtra da un enorme portale. Dei due enormi battenti del portale uno giace a terra, scardinato. Ineran si trova in alto rispetto alla sala, su una specie di matroneo che domina il vecchio tempio degli Erunt. Il pavimento è letteralmente invaso da una montagna di creature informi e striscianti, al cui centro spicca per contrasto una pila di cuscini, tessuti, stoffe e vecchi arazzi. Sulla sommità del cumulo si erge uno scranno da cui pendono due catenelle che si perdono tra i cuscini e i mostri striscianti. Il movimento delle creature impregna l’oscurità diffondendo un odore acre e penetrante, come di lumache schiacciate.
Intorno ai cuscini si intravedono delle tuniche viola al lavoro che sembrano accudire il mare di lumache. Due di loro si chinano tra i corpi informi estraendo dal viscido ammasso una specie di uovo che avvolgono in un panno per poi infilarlo in uno dei loro turiboli. Uno dei due infine infine si mette in spalla il turibolo e si allontana dalla montagna. Ineran è congelato dall’orrore, lo spettacolo è così rivoltante da terrorizzare persino un avventuriero esperto come lui. Di tanto in tanto crede di vedere il complesso di creature innalzarsi come fossero un’unica figura, ma poi l’ammucchiarsi di esseri perde consistenza e ritorna a strisciare informe sul pavimento.
Complice anche l’olezzo emanato, il furfante non può fare a meno di dare di stomaco dietro ad una colonna. Mentre si riprende dallo shock, sente una mano invisibile sfiorargli la mente, come se qualcosa lo avesse toccato dentro; poi avverte una voce profonda chiedergli:
“Chi sei?”
Ineran, allarmato e consapevole di essere stato scoperto, si tira su il cappuccio cercando di chiudere la sua mente all’invasione, ma così facendo ottiene solo di attirare ancor di più la curiosità dell’invasore. L’attacco diviene ancora più penetrante ed Ineran comincia a sentirsi mancare l’aria. Si accascia a terra, con le spalle al muro a separarlo dalla massa di creature da basso e stringe i denti nello sforzo di resistere all’assalto mentale.
Tutto ad un tratto l’assedio termina ed Ineran capisce che la creatura, così come è venuta, se ne è andata. Approfitta quindi per alzarsi e fuggire, non senza notare però che qualcosa è profondamente cambiato nella sala: il cupo salmodiare si è fatto più agitato e le voci riecheggiano nei corridoi, insieme ai passi concitati e claudicanti delle tuniche porpora.
“Trovateli e portateli a me!” sibila la stessa voce di prima mentre uno scalpiccio agitato riempe i cunicoli sotterranei.
“Cosa è successo?” chiede Nodhes ad Ineran vedendolo arrivare pallido ed allarmato.
“Mi spiace: credo che Chadad mi abbia trovato, è entrata nella mia testa e ormai sa che siamo qui!”
Nodhes non dice nulla. La sua risposta sarebbe così tagliente da dividere in due il suo compagno. Ineran in cuor suo è grato del suo silenzio, più eloquente di mille parole.
“Dividiamoci” riprende il furfante diretto a Nodhes, “io ed Eron usciremo allo scoperto e cercheremo di prendere tempo e distrarli. Tu e la ragazza cercate un altro modo per accedere al tempio: c’è una porta che dà sull’esterno. Noi cercheremo di tenere Chadad occupata quanto basta per darti il modo di inventare qualcosa… e speriamo che il veggente avesse ragione quando diceva che il nostro arrivo avrebbe cambiato le sorti della valle”.
“Mi spiace: credo che Chadad mi abbia trovato, è entrata nella mia testa e ormai sa che siamo qui!”
Nodhes non dice nulla. La sua risposta sarebbe così tagliente da dividere in due il suo compagno. Ineran in cuor suo è grato del suo silenzio, più eloquente di mille parole.
“Dividiamoci” riprende il furfante diretto a Nodhes, “io ed Eron usciremo allo scoperto e cercheremo di prendere tempo e distrarli. Tu e la ragazza cercate un altro modo per accedere al tempio: c’è una porta che dà sull’esterno. Noi cercheremo di tenere Chadad occupata quanto basta per darti il modo di inventare qualcosa… e speriamo che il veggente avesse ragione quando diceva che il nostro arrivo avrebbe cambiato le sorti della valle”.
Nodhes ed Emys prendono così una via laterale mentre Eron ed Ineran si preparano ad affrontare le tuniche porpora. I due possono sentire il sibilo dei loro avversari farsi sempre più vicini, e dentro di sé devono ricorrere a tutte le loro capacità di autocontrollo per non girarsi e fuggire. Le tuniche fanno finalmente il loro ingresso nella sala e sembrano quasi sorprese nel trovare i due avversari fermi ad attenderli, inermi.
Eron protende la mano ornata dall’anello degli Erunt e, con voce solenne, intima agli ammantati di fermarsi:
“Non vogliamo parlare con voi, immonde creature, ma con la vostra padrona! Ve lo ordiniamo in nome dei veri padroni di questo tempio!”
L’anello, bene in vista nella mano ossuta di Eron, sembra per un attimo brillare di luce propria. Le tuniche rimangono indecise sul da farsi, continuando a sibilare e scambiandosi occhiate stranite. Ineran ed Eron sudano freddo: non hanno molta fiducia sull’effettiva efficacia dell’autorità proclamata. Alla fine però le tuniche volgono loro le spalle e si ritraggono facendo segno ai due di seguirli.
Eron protende la mano ornata dall’anello degli Erunt e, con voce solenne, intima agli ammantati di fermarsi:
“Non vogliamo parlare con voi, immonde creature, ma con la vostra padrona! Ve lo ordiniamo in nome dei veri padroni di questo tempio!”
L’anello, bene in vista nella mano ossuta di Eron, sembra per un attimo brillare di luce propria. Le tuniche rimangono indecise sul da farsi, continuando a sibilare e scambiandosi occhiate stranite. Ineran ed Eron sudano freddo: non hanno molta fiducia sull’effettiva efficacia dell’autorità proclamata. Alla fine però le tuniche volgono loro le spalle e si ritraggono facendo segno ai due di seguirli.
Intanto Nodhes ed Emys stanno cercando di trovare una strada verso l’esterno, aggirando diverse tuniche viola, mentre avvertono i loro passi e i loro sospiri sempre più vicini. Più volte devono nascondersi tra le nicchie delle catacombe, cercando di muoversi in fretta e il più silenziosamente possibile tra i vicoli bui: una sorta di caccia a guardie e ladri.
Emys segue con difficoltà sempre maggiore il mercenario. Questi si muove guidato dal suo sesto senso, abituato all’azione e al pericolo, ma la ragazza, che ha il cuore in gola ed il fiatone, arranca faticosamente dietro a Nodhes, costretto più volte a fermarsi ed aspettarla.
“Ora fai attenzione qua” dice Nodhes indicandole una fenditura nell’oscurità: una frana tra i cunicoli ha aperto una profonda spaccatura nel corridoio. Nodhes la supera agilmente con un balzo, poi si gira per incoraggiare Emys. Il salto della ragazza però non è altrettanto buono e la giovane incespica rischiando di cadere nell’oscurità. Con un gemito Emys scivola nel vuoto e solo all’ultimo si aggrappa al bordo della fenditura mentre Nodhes si volta per soccorrerla. Il guerriero la afferra per un braccio, traendola in salvo.
La ragazza distoglie lo sguardo imbarazzata ma Nodhes non dice nulla; si è fatto estremamente silenzioso, concentrato sul compito che deve assolvere. Senza attendere che Emys si riprenda dallo scampato pericolo si rimette in cammino. Poco dopo il bagliore di una porta metallica attira la sua attenzione; anche questo varco è piuttosto imponente e la pesante porta arrugginita fa filtrare dall’esterno una fredda luce grigia. Con un discreto sforzo e tra il rumore di cardini arrugginiti, Nodhes riesce a smuovere la porta quanto basta per permettere a lui ed Emys di varcare la soglia. Una brezza, lieve ma gelida, da loro il benvenuto in superficie all’aria aperta. Il cielo però è cupo, carico di nuvole scure che formano un occhio, come in un ciclone, che punta minaccioso sulla cima della collina dalla quale sono appena usciti.
Emys segue con difficoltà sempre maggiore il mercenario. Questi si muove guidato dal suo sesto senso, abituato all’azione e al pericolo, ma la ragazza, che ha il cuore in gola ed il fiatone, arranca faticosamente dietro a Nodhes, costretto più volte a fermarsi ed aspettarla.
“Ora fai attenzione qua” dice Nodhes indicandole una fenditura nell’oscurità: una frana tra i cunicoli ha aperto una profonda spaccatura nel corridoio. Nodhes la supera agilmente con un balzo, poi si gira per incoraggiare Emys. Il salto della ragazza però non è altrettanto buono e la giovane incespica rischiando di cadere nell’oscurità. Con un gemito Emys scivola nel vuoto e solo all’ultimo si aggrappa al bordo della fenditura mentre Nodhes si volta per soccorrerla. Il guerriero la afferra per un braccio, traendola in salvo.
La ragazza distoglie lo sguardo imbarazzata ma Nodhes non dice nulla; si è fatto estremamente silenzioso, concentrato sul compito che deve assolvere. Senza attendere che Emys si riprenda dallo scampato pericolo si rimette in cammino. Poco dopo il bagliore di una porta metallica attira la sua attenzione; anche questo varco è piuttosto imponente e la pesante porta arrugginita fa filtrare dall’esterno una fredda luce grigia. Con un discreto sforzo e tra il rumore di cardini arrugginiti, Nodhes riesce a smuovere la porta quanto basta per permettere a lui ed Emys di varcare la soglia. Una brezza, lieve ma gelida, da loro il benvenuto in superficie all’aria aperta. Il cielo però è cupo, carico di nuvole scure che formano un occhio, come in un ciclone, che punta minaccioso sulla cima della collina dalla quale sono appena usciti.
Emys e Nodhes danno un’occhiata al dolce pendio presso il quale sono sbucati. Il panorama è diverso dai sentieri aspri che hanno calcato poche ore prima di entrare nel fianco della montagna. Il colle è più morbido, coperto da erba piuttosto che dalla secca pietraia che avevano visto fino a quel momento. Non troppo lontano da loro, incavato nella collina, si scorge l’ingresso al tempio degli Erunt, probabilmente quello che Ineran aveva descritto loro. I due avrebbero presto imboccato il sentiero per dirigersi verso il tempio se non si fossero accorti che qualcosa là fuori non è come se l’aspettavano. Sopra di loro le nuvole si muovono velocemente in un vortice tumultuoso attraversato da fulmini e la cima del colle è coperta da una fitta serie di monoliti che si avvolgono a spirale. Una figura, a braccia alzate, urla con tutte le sue forze all’indirizzo dell’occhio del ciclone. La sua voce produce suoni innaturali che richiamano ad un immondo rituale. Il potere delle parole pronunciate scuote il suo corpo come una foglia al vento e persino Nodhes ed Emys sentono vibrare l’aria intorno a loro e la terra tremare. Lo stregone sulla collina abbandona per un attimo la lingua arcana ed in un impeto di zelo urla parole comprensibili anche a Nodhes:
“Risorgi, Radesque! Mostrati a noi e risorgi!”
“E’ Lord Durskell!” grida Emys, non senza una nota di paura nella voce.
“Risorgi, Radesque! Mostrati a noi e risorgi!”
“E’ Lord Durskell!” grida Emys, non senza una nota di paura nella voce.
Intanto nella sala del tempio le tuniche porpora osservavano silenziose, in cerchio, Eron il veggente ed Ineran. Tutto intorno a loro le creature viscide brulicano in modo agitato, simili a grossi e putridi insetti.
“Abbiamo ospiti…” sibila la voce nella testa di Eron ed Ineran.
“Fatti vedere se ancora hai una forma!” replica spavaldo Ineran mentre le creature si agitano sempre di più, strisciano, ribollono una su l’altra come in un immondo accoppiarsi, tentano più volte di ergersi di fronte ai due uomini, ricadendo su se stesse; infine la mole informe si apre e vomita davanti ai due una figura umana, legata alle braccia con delle catene che si perdono nella massa carnosa: Chadad! La donna, dagli occhi storditi e vacui, è riconoscibile solo dalle vesti nobiliari oramai ridotte a stracci.
“Inginocchiatevi di fronte a me” ordina imperiosa la voce eterea nelle menti dei due avventurieri.
“Siamo venuti per parlare con te Chadad!” interloquisce Eron, ma alla sua richiesta la donna rimane totalmente insensibile, guardando con sguardo vuoto di fronte a sé. La voce incorporea ride maligna mentre la donna mette finalmente a fuoco i due nuovi venuti.
“Chi siete? Fuggite prima che vi ghermisca la mente!”
I due comprendono che qualcosa non è proprio come se l’erano aspettato fino a quel momento; Ineran ormai confida solo in un miracolo per salvarsi la vita e, nella disperazione del momento, prova a cambiare strategia, se mai ne aveva avuta una, rivolgendosi al demonio e proponendogli un patto:
“Cosa ci offriresti se ti dicessimo che siamo venuti per unirci a te?”
“Solo gli uomini potenti sono degni di tale onore” ridacchia la voce
“Non ti interessano le terre oltre a questa misera valle?”
“Povero sciocco! Io le ho già in pugno, mi manca poco ormai. Però saprò divertirmi a tirar fuori dal tuo amico il suo dono della preveggenza e per quanto riguarda te…” Ineran si sente messo a nudo e scavato al suo interno dalle invisibili appendici del demone mentre sonda la sua mente “…si potrà pur sempre ricavare qualcosa dal tuo legame con un signore della morte”.
Eron osserva sorpreso il suo compagno. Travolto dagli eventi che sembrano volgere inevitabilmente al peggio, si tortura la mente alla ricerca di una soluzione.
“Dovevo portargli questo” dice il furfante estraendo da una tasca la Luna di Sangue del Vescovo di Hebet “ma forse tu sei più interessata di lui…”
L’ammasso di creature striscianti sussulta orribilmente alla vista del pendaglio e la tensione nell’aria si fa ancora più palpabile. Anche Chadad osserva la scena e il suo sguardo si fa tutto d’un tratto attento e presente.
“Traine il fuoco purificatore…” cerca di dire, ma prima che possa completare la frase è ridotta al silenzio, venendo inghiottita da un mare di creature e viscidi tentacoli. Le immonde appendici si dirigono quindi minacciose all’indirizzo di Ineran, circondandolo.
“Daccela! Ora!” ingiunge il mostro.
“Abbiamo ospiti…” sibila la voce nella testa di Eron ed Ineran.
“Fatti vedere se ancora hai una forma!” replica spavaldo Ineran mentre le creature si agitano sempre di più, strisciano, ribollono una su l’altra come in un immondo accoppiarsi, tentano più volte di ergersi di fronte ai due uomini, ricadendo su se stesse; infine la mole informe si apre e vomita davanti ai due una figura umana, legata alle braccia con delle catene che si perdono nella massa carnosa: Chadad! La donna, dagli occhi storditi e vacui, è riconoscibile solo dalle vesti nobiliari oramai ridotte a stracci.
“Inginocchiatevi di fronte a me” ordina imperiosa la voce eterea nelle menti dei due avventurieri.
“Siamo venuti per parlare con te Chadad!” interloquisce Eron, ma alla sua richiesta la donna rimane totalmente insensibile, guardando con sguardo vuoto di fronte a sé. La voce incorporea ride maligna mentre la donna mette finalmente a fuoco i due nuovi venuti.
“Chi siete? Fuggite prima che vi ghermisca la mente!”
I due comprendono che qualcosa non è proprio come se l’erano aspettato fino a quel momento; Ineran ormai confida solo in un miracolo per salvarsi la vita e, nella disperazione del momento, prova a cambiare strategia, se mai ne aveva avuta una, rivolgendosi al demonio e proponendogli un patto:
“Cosa ci offriresti se ti dicessimo che siamo venuti per unirci a te?”
“Solo gli uomini potenti sono degni di tale onore” ridacchia la voce
“Non ti interessano le terre oltre a questa misera valle?”
“Povero sciocco! Io le ho già in pugno, mi manca poco ormai. Però saprò divertirmi a tirar fuori dal tuo amico il suo dono della preveggenza e per quanto riguarda te…” Ineran si sente messo a nudo e scavato al suo interno dalle invisibili appendici del demone mentre sonda la sua mente “…si potrà pur sempre ricavare qualcosa dal tuo legame con un signore della morte”.
Eron osserva sorpreso il suo compagno. Travolto dagli eventi che sembrano volgere inevitabilmente al peggio, si tortura la mente alla ricerca di una soluzione.
“Dovevo portargli questo” dice il furfante estraendo da una tasca la Luna di Sangue del Vescovo di Hebet “ma forse tu sei più interessata di lui…”
L’ammasso di creature striscianti sussulta orribilmente alla vista del pendaglio e la tensione nell’aria si fa ancora più palpabile. Anche Chadad osserva la scena e il suo sguardo si fa tutto d’un tratto attento e presente.
“Traine il fuoco purificatore…” cerca di dire, ma prima che possa completare la frase è ridotta al silenzio, venendo inghiottita da un mare di creature e viscidi tentacoli. Le immonde appendici si dirigono quindi minacciose all’indirizzo di Ineran, circondandolo.
“Daccela! Ora!” ingiunge il mostro.
Nodhes risale la collina, intenzionato a porre fine una volta per tutte alle macchinazioni di Lord Durskell.
“Ci ha giocati!” inveisce indignata Emys. Nodhes però non le fa caso: a grandi falcate segue il sentiero, la sua nera spada già in pugno.
“Dove credi di andare?” tuona la figura deforme e possente di Ereld, sbucando dal fianco della collina ed intercettando il mercenario. Il mostro si getta con violenza contro Nodhes, fortunatamente già pronto a dar battaglia. I colpi poderosi si abbattono contro il suo piccolo scudo che porta legato all’avambraccio; l’ultimo colpo, violentissimo, schianta la protezione, ma Nodhes non si fa scoraggiare.
“Perché lo proteggi? Chi servi dunque?” chiede Nodhes mentre il mostro raccoglie le forze per un nuovo attacco.
“Colui che servirai anche tu tra poco!”
“Ci ha giocati!” inveisce indignata Emys. Nodhes però non le fa caso: a grandi falcate segue il sentiero, la sua nera spada già in pugno.
“Dove credi di andare?” tuona la figura deforme e possente di Ereld, sbucando dal fianco della collina ed intercettando il mercenario. Il mostro si getta con violenza contro Nodhes, fortunatamente già pronto a dar battaglia. I colpi poderosi si abbattono contro il suo piccolo scudo che porta legato all’avambraccio; l’ultimo colpo, violentissimo, schianta la protezione, ma Nodhes non si fa scoraggiare.
“Perché lo proteggi? Chi servi dunque?” chiede Nodhes mentre il mostro raccoglie le forze per un nuovo attacco.
“Colui che servirai anche tu tra poco!”
Emys corre intanto verso la cima della collina tenendo sotto controllo Durskel, evidentemente affaticato dallo sforzo della sua stregoneria e concentrato nelle invocazioni di potere. In alto, una figura informe scura come la pece si staglia tra le nubi nel cielo mentre Durskell la segue con attenzione, come in trance; d’un tratto però l’uomo abbandona la sua estasi e, voltatosi, urla all’indirizzo del figlio.
“Uccidilo! Ed offrilo come sacrificio a Radesque”.
Nel girarsi l’uomo non può fare a meno di notare anche la ragazza che ormai si trova a pochi passi da lui.
“Stupida! Cosa fai qui?” le chiede Durskel trapassandola con lo sguardo.
Emys, spaventata, ignora l’uomo, appellandosi alla sua Dea:
“Radhys, porta qui la tua luce. Strappa le tenebre che alimentano questo immondo prodigio!”
La sua voce chiara e brillante è rotta soltanto dal fischio del vento e dai colpi di spada dei Nodhes ed Ereld. Non appena l’eco delle sue parole si spegne le nuvole rallentano il loro movimento vorticoso. A poco a poco il cielo sembra squarciarsi, come per obbedire alla sua richiesta. Durskell osserva sgomento la scena, coprendosi gli occhi dai raggi di luce che raggiungono il suo viso.
“Ferma pazza! Non hai idea di cosa stai intralciando” urla l’uomo che, gettandosi contro la ragazza, la colpisce violentemente al volto. Emys cade a terra e rotola giù dal fianco collina per qualche metro, ma riesce fortunatamente a frenare la sua caduta aggrappandosi all’erba. La ragazza riprende fiato, il labbro inferiore spaccato e in bocca il sapore del sangue. Si guarda intorno e vede che è finita proprio nelle vicinanze dell’ingresso al tempio degli Erunt.
“Uccidilo! Ed offrilo come sacrificio a Radesque”.
Nel girarsi l’uomo non può fare a meno di notare anche la ragazza che ormai si trova a pochi passi da lui.
“Stupida! Cosa fai qui?” le chiede Durskel trapassandola con lo sguardo.
Emys, spaventata, ignora l’uomo, appellandosi alla sua Dea:
“Radhys, porta qui la tua luce. Strappa le tenebre che alimentano questo immondo prodigio!”
La sua voce chiara e brillante è rotta soltanto dal fischio del vento e dai colpi di spada dei Nodhes ed Ereld. Non appena l’eco delle sue parole si spegne le nuvole rallentano il loro movimento vorticoso. A poco a poco il cielo sembra squarciarsi, come per obbedire alla sua richiesta. Durskell osserva sgomento la scena, coprendosi gli occhi dai raggi di luce che raggiungono il suo viso.
“Ferma pazza! Non hai idea di cosa stai intralciando” urla l’uomo che, gettandosi contro la ragazza, la colpisce violentemente al volto. Emys cade a terra e rotola giù dal fianco collina per qualche metro, ma riesce fortunatamente a frenare la sua caduta aggrappandosi all’erba. La ragazza riprende fiato, il labbro inferiore spaccato e in bocca il sapore del sangue. Si guarda intorno e vede che è finita proprio nelle vicinanze dell’ingresso al tempio degli Erunt.
Qualche metro più in alto, Durskel riporta lo sguardo verso il suo Dio, mentre il cielo stesso sembra – d’un tratto – cascargli addosso. L’enorme massa oscura e carnosa collassa su di lui, come risucchiata da un imbuto posto sull’uomo; il corpo di Durskel si deforma orribilmente per accogliere la fetida materia che gli penetra dagli occhi e dalla bocca, riempendolo come un vaso. L’uomo esplode letteralmente e al suo posto una nuova creatura immonda ed informe lancia i suoi tentacoli ovunque. La collina tutta è invasa dalle forme primitive e nefande del Dio Informe. Emys osserva scioccata quel che sta accadendo e, sapendo di non poter fare più molto, si getta all’interno del tempio, nella speranza di trovare riparo da quanto sta per accadere fuori.
“Ed ora vedrai di cosa è capace il mio padrone” ghigna Ereld al mercenario.
“Vedi tu invece di cosa son capace io!” lo rimbecca Nodhes mentre con un colpo secco gli trafigge le budella. Ereld però non sembra particolarmente preoccupato della ferita e continua a ghignare come un ebete mentre un fiotto di sangue gli cola copioso dal mento. I due vengono investiti dalla massa di carne che sta eruttando dal cielo ed invadendo la collina. Mentre vengono trascinati via dal fiume di membra, Ereld si strappa senza tanti complimenti la spada di Nodhes dal ventre e ne afferra la catena.
“Tu verrai con noi” sentenzia il mostro, ma Nodhes non è della stessa opinione e, riafferrata la propria spada, recide la mano di Ereld che rimane appesa alla catena.
“Ed ora vedrai di cosa è capace il mio padrone” ghigna Ereld al mercenario.
“Vedi tu invece di cosa son capace io!” lo rimbecca Nodhes mentre con un colpo secco gli trafigge le budella. Ereld però non sembra particolarmente preoccupato della ferita e continua a ghignare come un ebete mentre un fiotto di sangue gli cola copioso dal mento. I due vengono investiti dalla massa di carne che sta eruttando dal cielo ed invadendo la collina. Mentre vengono trascinati via dal fiume di membra, Ereld si strappa senza tanti complimenti la spada di Nodhes dal ventre e ne afferra la catena.
“Tu verrai con noi” sentenzia il mostro, ma Nodhes non è della stessa opinione e, riafferrata la propria spada, recide la mano di Ereld che rimane appesa alla catena.
Eron in quel momento capisce di trovarsi fuori dall’attenzione del mostro: un’infinità di tentacoli ed esseri brulicanti stanno tutti intorno ad Ineran, persino le tuniche porpora osservano con attenzione ogni mossa del furfante che continua a tenere in mano, bene alta ed in mostra, la Luna di Sangue. Poco lontano da lui il veggente scorge una mano incatenata di Chadad comparire per un attimo nel ribollire della massa di carne. Vincendo un moto di ribrezzo, allunga la propria mano per estrarla dalla morsa delle creature ma, non appena le loro mani si stringono, la forza del mostro li risucchia entrambi al suo interno.
Eron si divincola per riemergere e riprendere fiato, ma ogni sforzo sembra vano. Non gli rimane che un’ultima carta da giocare, un incantesimo da lui riesumato da un antico testo e che il suo maestro gli vietò di usare molti anni fa: la congiunzione delle menti.
Il veggente sfrutta il contatto della sua mano con quella di Chadad per far penetrare il suo spirito nel suo corpo formando così un’unica entità spirituale.
“Ribellati a questo orrore!” dice lo spirito di Eron.
“Non posso, posso solo cercare di trattenerlo” gli risponde quello della donna. “Guarda bene!” dice volgendo il suo volto di spirito in direzione di Ineran, dove nella fitta oscurità del cumulo di corpi è possibile scorgere un bagliore rosso. “Loro temono il gioiello e il tuo amico sta per fare una follia: se glielo consegnerà tutto sarà perduto… io cercherò di tenerli occupati per un po’ ma tu dovrai prendere la Luna di Sangue ed adoperarla”.
“Ma io non sono in grado…” tenta di protestare il veggente, subito interrotto da Chadad.
“Non è più il momento delle menzogne Eron! Tu sai benissimo come puoi utilizzare quell’oggetto. Va, prima che sia troppo tardi!”
Eron si divincola per riemergere e riprendere fiato, ma ogni sforzo sembra vano. Non gli rimane che un’ultima carta da giocare, un incantesimo da lui riesumato da un antico testo e che il suo maestro gli vietò di usare molti anni fa: la congiunzione delle menti.
Il veggente sfrutta il contatto della sua mano con quella di Chadad per far penetrare il suo spirito nel suo corpo formando così un’unica entità spirituale.
“Ribellati a questo orrore!” dice lo spirito di Eron.
“Non posso, posso solo cercare di trattenerlo” gli risponde quello della donna. “Guarda bene!” dice volgendo il suo volto di spirito in direzione di Ineran, dove nella fitta oscurità del cumulo di corpi è possibile scorgere un bagliore rosso. “Loro temono il gioiello e il tuo amico sta per fare una follia: se glielo consegnerà tutto sarà perduto… io cercherò di tenerli occupati per un po’ ma tu dovrai prendere la Luna di Sangue ed adoperarla”.
“Ma io non sono in grado…” tenta di protestare il veggente, subito interrotto da Chadad.
“Non è più il momento delle menzogne Eron! Tu sai benissimo come puoi utilizzare quell’oggetto. Va, prima che sia troppo tardi!”
Prima che il veggente possa replicare, Chadad si ritrae dalla sua mente per andare altrove. Alto si alza uno osceno ululare, i tentacoli che circondano Ineran sussultano e si ritirano, Eron emerge dalla massa informe poco distante. Il furfante, finalmente libero, trova lo sguardo di Eron ma prima che questi possa fare qualsiasi cosa Ineran gli lancia la Luna, mentre le figure viola, in preda al panico, si gettano sui due. Eron allunga un braccio, appena in tempo per riuscire ad afferrare al volo la catenella.
Il furfante raccoglie uno dei turiboli che si trova a terra e lo rotea furiosamente contro le figure ammantate che tentano di sovrastarlo. Quattro tuniche porpora lo atterrano all’istante ma, prima che possano fargli del male, il veggente, ricorrendo ad alcune oscure parole che non osava più pronunciare da anni, ordina al potere celato dentro la Luna di rivelarsi. Le parole rimbalzano nell’aria, riempiendo con il loro potere ogni pertugio e vibrando nella testa di tutti i presenti. Anche Emys, anche se fuori della sala, non può sottrarsi al loro effetto e più di tutti gli altri rimane sconvolta dall’operato del suo maestro, che non le aveva mai rivelato di conoscere l’antico linguaggio degli stregoni.
Le tuniche si voltano per capire cosa stia succedendo ed anche Ineran, osserva la scena ammutolito. Un rumore sinistro, come di un cristallo che si spezza, rompe l’attesa carica di tensione: il gioiello si infrange in mille frammenti al comando di Eron ed un fuoco di violenza improvvisa ed inaudita scaturisce là dove pochi istanti prima vi era un semplice gioiello rosso.
“Nooo!” urla disperato il furfante, non sapendo più quale fosse il male peggiore che gli stava accadendo. La distruzione della Luna di Sangue, la vera Luna di Sangue, rappresenta la fine delle sue speranze di riscattare il corpo della sua amata Kyra.
La caverna è invasa dal rosso fuoco purificatore e brucia ogni tunica, ogni tentacolo, ogni essere immondo. Il soffitto stesso cede, consumato dal basso dalle fiamme e dall’alto dal peso della creatura che stava scendendo dal cielo. Mentre il tempio collassa su sé stesso il fuoco ingoia ogni cosa.
Il furfante raccoglie uno dei turiboli che si trova a terra e lo rotea furiosamente contro le figure ammantate che tentano di sovrastarlo. Quattro tuniche porpora lo atterrano all’istante ma, prima che possano fargli del male, il veggente, ricorrendo ad alcune oscure parole che non osava più pronunciare da anni, ordina al potere celato dentro la Luna di rivelarsi. Le parole rimbalzano nell’aria, riempiendo con il loro potere ogni pertugio e vibrando nella testa di tutti i presenti. Anche Emys, anche se fuori della sala, non può sottrarsi al loro effetto e più di tutti gli altri rimane sconvolta dall’operato del suo maestro, che non le aveva mai rivelato di conoscere l’antico linguaggio degli stregoni.
Le tuniche si voltano per capire cosa stia succedendo ed anche Ineran, osserva la scena ammutolito. Un rumore sinistro, come di un cristallo che si spezza, rompe l’attesa carica di tensione: il gioiello si infrange in mille frammenti al comando di Eron ed un fuoco di violenza improvvisa ed inaudita scaturisce là dove pochi istanti prima vi era un semplice gioiello rosso.
“Nooo!” urla disperato il furfante, non sapendo più quale fosse il male peggiore che gli stava accadendo. La distruzione della Luna di Sangue, la vera Luna di Sangue, rappresenta la fine delle sue speranze di riscattare il corpo della sua amata Kyra.
La caverna è invasa dal rosso fuoco purificatore e brucia ogni tunica, ogni tentacolo, ogni essere immondo. Il soffitto stesso cede, consumato dal basso dalle fiamme e dall’alto dal peso della creatura che stava scendendo dal cielo. Mentre il tempio collassa su sé stesso il fuoco ingoia ogni cosa.
Passano alcuni terribili minuti di crolli, seguiti da un silenzio innaturale sulla devastazione prodotta dal fuoco che ormai si è estinto. Un raggio di luce prorompe dalla coltre di nubi che ancora chiude il cielo e dalle rovine fumiganti emerge lentamente la figura di Eron, graffiato e contuso. Il veggente si guarda intorno, stordito, e vede entrare la luce del sole nel tempio ormai crollato e scoperchiato. Emys, poco distante, ha ancora gli occhi sbarrati dall’orrore che ha visto ergersi e crollare in pochi istanti. Sopra di lei si sente il verso di Drhunkno riempire il silenzio. Eron vede Ineran sollevare qualche pietra per liberare il suo amico mercenario.
“State bene?” domanda preoccupato il veggente.
Ineran, che sta aiutanto Nodhes a rialzarsi dalle macerie, lo guarda torvo, con un sorrisetto triste e amaro, poi si volta verso il suo compagno di sempre: “Ti prego, la prossima volta che quattro stupide guardie ci inseguono all’ingresso di una valle maledetta… vedi di farti meno scrupoli: ti giri e le fai fuori senza tante storie!”
“State bene?” domanda preoccupato il veggente.
Ineran, che sta aiutanto Nodhes a rialzarsi dalle macerie, lo guarda torvo, con un sorrisetto triste e amaro, poi si volta verso il suo compagno di sempre: “Ti prego, la prossima volta che quattro stupide guardie ci inseguono all’ingresso di una valle maledetta… vedi di farti meno scrupoli: ti giri e le fai fuori senza tante storie!”
Comments
Comment from Galdor
Time: March 25, 2008, 4:52 pm
Cavolo: mi ero perso questa puntata! Decisamente ganza: molto di ambientazione e ricca di pathos..oltre che pulp, molto pulp!
Comment from Daniele
Time: March 21, 2008, 12:47 pm
Eh sissì! Proprio un finale in stile apocalisse. Localizzata, magari, ma apocalisse, con tanto di fuoco. Bravo Ivan per il riassunto e grazie ai revisori, fra cui me medesimo e quindi mi ringrazio volentieri
La prossima volta, per sopravvivere al cataclisma finale chiamerò un tiro salvezza