un nuovo inizio
Il sole sì affacciò all’orizzonte da dietro una sottile coltre di nuvole ed incendiò la valle di un arancione acceso. Un cavaliere spronò il suo destriero sollevando una densa nube di polvere dietro di sé. Un cranio spezzato sotto lo zoccolo del cavallo siglò l’arrivo nella Terra dei morti.
Una voce si faceva sempre più insistente nella testa di Ineran man mano che si avvicinava:
“Sciocco mortale! Cosa pensi di trovare qua? Torna indietro!”
Il cavallo si fermò di colpo impennandosi e facendo quasi cadere il suo cavaliere. Ineran mantenne salda la presa sulle redini e accarezzò dolcemente il collo del destriero per cercare di calmarlo, sentendo il suo manto scosso da tremiti di paura. Gli impercettibili bisbigli che saturavano l’aria dovevano essere una tortura per i sensi dell’animale che non accennava a calmarsi, costringendo così Ineran a smontare.Imponenti mura di pietra levigate dal vento si stagliavano innanzi a lui. Il furfante superò i battenti del portale in legno e rame che giacevano a terra scardinati e si diresse subito ad una vecchia fonte per far abbeverare il suo cavallo trovandola però completamente asciutta. Azionò ripetutamente la pompa semi arrugginita finché non ne fuoriuscirono fiotti di fango denso seguiti finalmente da dell’acqua sporca. Il cavallo gettò il muso nella pozza bevendo comunque avidamente.Quando l’animale si fu rifocillato il furfante gli dette un colpo secco con il palmo della mano su una coscia. Il cavallo lasciò la cittadella senza che ci fosse bisogno di insistere. “Bene… ora torna pure dal tuo padrone…” disse osservando il suo compagno di viaggio scomparire in una nube di polvere.
Le alte mura anticiparono l’arrivo della notte, che di lì a poco lasciò Ineran al pallido chiarore della luna. Con il calare del sole si erano intensificati i sussurri e i rumori di passi che ora sembravano venire da ogni angolo delle strade deserte e da ogni finestra dei vecchi edifici abbandonati.
Un rumore di zoccoli attirò l’attenzione del furfante ma era impossibile che la sua cavalcatura fosse tornata da lui, infatti su una strada vide sbucare un carretto guidato da una figura evanescente e spettrale. Spettrale come il cavallo che lo trainava e come le merci che trasportava, spettrale come il brusio che andava sempre aumentando e che sembrava voler ricordare al visitatore lo scimmiottare dei tempi in cui la città era ancora viva.
Man mano che Ineran si addentrava nel cuore della città fantasma, incontrò nuovi mercanti intenti ad allestire le proprie merci in bancarelle di legno marcito, coperte da tendoni di stoffa lacera e strappata. Altri uomini, donne e bambini appartenuti ad ogni lignaggio, si aggiravano per le strade senza meta apparente. Numerose guardie dalle armature a brandelli stazionavano nelle piazze e agli incroci delle strade maestre. Davanti ad Ineran si stendevano le vestigia di ciò che restava di quello che un tempo era il Crocevia, il grande nodo commerciale di Tornok, caduto sotto il potere di Worach il necromante. Il potere che egli aveva acquisito con il possesso delle Sette Teste di Drago gli aveva concesso il controllo dei Sette Portali verso il Mondo dei Morti, permettendogli così di popolare a proprio piacimento le rovine della città con le anime dei defunti.
Ineran notò un uomo in armatura che lo osservava mentre camminava. Il suo sguardo triste e vigile non si distolse neanche quando il furfante si accorse di lui. Non indossava la livrea della città sopra il corpetto di cuoio come le altre guardie, forse in vita era stato un mercenario o una guardia del corpo. Ineran notò subito che quello spettro aveva un’aria familiare e pensò che lo stesse aspettando:
“Portami dal tuo padrone. Worach mi starà già attendendo” disse Ineran quando fu a pochi metri dalla guardia.
Lo spettro annuì con la testa e si mise in cammino facendo segno al furfante di seguirlo.
La pendenza della strada si fece presto più ripida, arrampicandosi sulla collina che ospitava la parte più ricca della città e infine il castello. Lo scorcio di Crocevia che Ineran dominava dalla sua posizione sopraelevata lo faceva sentire fuori luogo, costantemente scrutato dagli sguardi oscuri dei fantasmi che popolavano a migliaia le vie della città.
Nessuno sapeva chi fosse veramente Worach. C’è chi dice fosse un potente stregone ritornato dal regno dei morti; chi invece credeva fosse un comune mortale che aveva acquisito immensi poteri dopo essere riuscito a piegare il potere dei draghi alla sua volontà. Ma tutto sommato ciò non interessava Ineran che era disposto a tutto pur di realizzare il suo scopo: riscattare l’anima dannata della sua amata Kyra.La strada terminò in una piazza da cui partiva una lunga gradinata che costeggiava le mura fortificate del castello, giungendo fino ad una torre eptagonale. Ineran seguì la guardia su per le scale che si arrotolavano a chiocciola sulla parete esterna della torre. Lo spettro proseguiva incurante del vento che lo attraversava, ma Ineran, che era ancora soggetto alle leggi della materia, dovette farsi forza per ignorare l’irrazionale paura di essere precipitato fino a terra.
“Chissà, se diventassi anch’io uno spettro di questa città potrei andare a rubare nelle tasche dei mercanti fantasma…” si disse il furfante per scongiurare la paura.
Ma i due si ritrovarono ben presto di fronte alla porta d’ingresso, varcata la quale, accedettero ad una grande stanza che occupava tutta l’ampiezza della torre. Dalle sette finestre che si aprivano su ciascuna delle sette pareti Ineran poteva osservare tutta la città.
“Con lui non ti basterà schermare la tua mente. Dovrai schermare anche il tuo cuore.” sibilò lo spettro che lo accompagnava.
Il furfante osservò stupito il fantasma, il cui volto finalmente gli rievocò vecchi e dolorosi ricordi: quello spettro era Torald, il fratello di Kyra, responsabile della sua morte. Un impeto di rabbia gli attraversò il cuore, ma decise di trattenersi mantenendo la calma.
“Che ci fai tu qui? Cosa ti costringe a servirlo?”
“Il crimine che ho commesso” gli rispose il fantasma in tono triste.
“Forse dovrei essere contento che tu non abbia ricevuto la pace della morte?” chiese sibillino con un sorriso amaro.
“Sono stato segnato da questa maledizione quando la mia spada ha mancato di proteggerla”
“Cosa vuoi da me?” replicò seccamente Ineran.
“Sento il gelo nel tuo cuore e non ti biasimo. Ma non avrò pace finché non riuscirò a fare con te ciò che ho fallito con mia sorella”
“Non voglio un morto che mi guardi le spalle” gli disse voltandosi verso la finestra a contemplare la luce delle stelle, offuscate dalle sottili nuvole che attraversavano il cielo. “Almeno hai rivisto…” Ineran chiuse gli occhi e strinse i pugni sul cornicione “…il suo corpo?”
“Sei sicuro di volerlo sapere?”
“Si.”
Lo spettro sembrò imbarazzato: “Gli Dei non gradiscono la curiosità dei mortali…”
“Benissimo!” replicò gelido Ineran. “ed io sono stufo di questa conversazione! Portami dal tuo padrone.”
I sibili con cui il necromante respirava l’aria dei mortali sembravano oscure litanie. Nella stanza illuminata solamente dalla tenue luce di un braciere si stagliava la sagoma scura di Worach i cui occhi emanavano un tetro bagliore verde. Man mano che si avvicinava al furfante si rivelò in tutta la sua imponenza superandolo di molto in altezza. Il suo incedere fluido e innaturale e le sue fattezze oblunghe e dinoccolate non avevano niente di umano.
Il necromante puntò un dito, che sembrava avere ben più di tre falangi, verso Ineran:.
“Ti ho già spiegato cosa voglio: la Luna di Sangue. Tu devi portarmela!”
La sua voce profonda sembrava provenire da un sepolcro.
“Tanto valeva che tu mi chiedessi l’arcobaleno!” gli rispose Ineran sfrontato. “Quello che mi chiedi non ha senso, non riuscirò mai a recuperare un artefatto di tale potere. Per quanto ne so potrebbe essere solo una leggenda…”
“Anche quello che mi chiedi tu non ha senso. Credi sia facile liberare il corpo di una donna dal dominio di un demone?” sghignazzò il necromante, facendo montare la rabbia nel cuore di Ineran.
“Ricorda, scherma il tuo cuore… non lasciarti guidare dall’odio…” sussurrò la voce del fratello di Kyra nella sua mente.
Ineran fece un respiro profondo, mantenendo il controllo su di sé.
“Come faccio a trovarla?”
“Bravo, finalmente cominci a ragionare” sibilò compiaciuto Worach mentre afferrava dal braciere un tizzone verdastro per poi giocherellarci passandoselo fra le lunghe dita. “La troverai seguendo un mercenario, Nodhes di Thraal”.
“E come lo riconosco questo Nodhes?” chiese Ineran.
Worach frantumò il tizzone tra le mani e riaprì il palmo dal quale caddero cenere e braci. Tra i corpuscoli brillanti si formò l’immagine di un volto, quello di Nodhes il mercenario. Ineran allungò la mano per raccogliere le braci mentre ancora cadevano e, nonostante Worach le avesse maneggiate con noncuranza, scottarono il palmo aperto del furfante.
“Sarà facile trovarlo: Nodhes porta legata al polso una spada nera che reca sciagura ovunque si trovi.” ghignò Worach con una lugubre nota di entusiasmo nella voce, avvicinandosi nel frattempo ad Ineran ed allargando le sue lunghe braccia.
“Quando avrai la tua pietra farai ciò che ti ho chiesto?” chiese il furfante improvvisamente ammansito, che si trovava ormai circondato dalle braccia e dal mantello del necromante.
La sua mente si annebbiò per un attimo mentre il mantello di Worach sembrò avvolgerlo. Ineran chiuse gli occhi stordito e, quando li riaprì, vide attraverso un sottile varco nel mantello una figura femminile che si aggirava incerta per la stanza a pochi metri da lui.
“Kyra!” esclamò protendendo le mani verso di lei “Me la ridarai Worach?” chiese Ineran con voce supplichevole.
“No Ineran! Reagisci! Non è lei, non è reale!” sussurrò di nuovo la voce di Torald nella sua mente.
La figura si voltò a guardare Ineran che tutto d’un tratto si rese conto di stare osservando il corpo mummificato di una donna defunta, rianimata dalle arti oscure del necromante. Ineran si liberò dalla presa di Worach, allontanandosi di qualche passo.
“Lascia perdere i tuoi giochetti. Ti porterò ciò che vuoi, ma a modo mio.”
“Così è per questo che tenevi tanto a quel gioiello…” disse Eron pensieroso dopo aver ascoltato il racconto di Ineran.
Erano tutti seduti intorno ad un fuoco.Eron e compagnia erano stati costretti a fuggire dalla valle, braccati dalla folla inferocita dei valligiani di Usten. Al loro rientro al villaggio li avevano accolti in malo modo, accusandoli di stregoneria dopo aver visto i prodigi nel cielo sopra la montagna ed udito le oscure parole di potere trascinate dal vento. Molti di coloro che erano stati colpiti dalla maledizione erano morti poco dopo quegli eventi straordinari, le loro carni si erano putrefatte repentinamente, per poi scomparire nell’arco di pochi minuti.
In pochi erano sopravvissuti, essenzialmente coloro che erano ancora sani. Anche il bubbone sul collo di Nodhes si era asciugato in poco tempo ed ora non gli restava che una cicatrice scura, simile ad una scottatura. I valligiani non accettarono nessuna spiegazione: ai loro occhi la situazione era solo più drammatica e non vollero credere alle parole di Eron. Dovettero fuggire in fretta e furia attraverso gli alti passi montani, guidati dall’orfano di Avora che ancora aveva fiducia in Emys.
“Già… e adesso ogni mia speranza è perduta… grazie a te.” gli rispose sarcastico il furfante “Se solo avessi immaginato che lo avresti distrutto non te lo avrei certo affidato”.
Il veggente sgranò gli occhi incredulo. “Avresti forse preferito essere fagocitato da quell’essere immondo permettendogli di portare morte e distruzione su queste terre?”
“Vorrei solo che tu non avessi distrutto la Luna di sangue, stregone” sentenziò voltandogli le spalle ed andandosene.
“Non sono uno stregone!” urlò Eron afflitto, appoggiando poi il mento sulle braccia conserte e contemplando il fuoco morente.
Emys lo osservava silenziosa da quando avevano lasciato il tempio degli Erunt. Non riusciva a credere che quella che aveva di fronte fosse la stessa persona che in tutti questi anni la aveva guidata nel suo difficile cammino.
“Ti prego Emys, non guardarmi a quel modo.”
“Tu lo sapevi vero?” chiese freddamente la ragazza.
“Sapere cosa?”
“Tu sei un veggente, sapevi che ci avrebbero cacciato dalla valle”. Aveva la voce rotta e gli occhi lucidi.
“Ma Emys…” disse Eron alzandosi per avvicinarsi alla sua apprendista, che però si alzò a sua volta per mantenere le distanze.
“Perché non me l’hai detto?!”
I due si parlavano attraverso le fiamme del fuoco.
“A che sarebbe servito?”
“Forse a te non importa che ci abbiano cacciati, ma io ho perso mio padre, la mia casa, quel che resta della mia famiglia, tutto quello che avevo…”
“Mi dispiace Emys, ti ho detto solo ciò che avevi bisogno di sapere”
“E il fatto che tu conoscessi il linguaggio degli stregoni? Non avevo bisogno di sapere neanche questo?”
Eron abbandonò il suo tono carezzevole e si fece scuro in volto.
“È una vecchia storia sepolta nel mio passato. Non avrei osato tanto se non fossi stato costretto.”
Quindi aggirò il fuoco cercando di nuovo di raggiungere Emys ma di nuovo questa si scansò.
“Lasciami in pace! Non voglio più sentire scuse” gli disse con odio per poi scomparire nell’oscurità.
Ineran contemplava le stelle con la schiena appoggiata a una parete rocciosa. Aveva impresso negli occhi il volto sofferente di Kyra mentre moriva fra le sue braccia.
Una voce familiare interruppe i suoi pensieri: “Possiamo ancora salvarla”
Era Torald, lo spettro del fratello di Kyra, comparso all’improvviso accanto a lui, facendo sussultare Ineran per la sorpresa.
“Gli Dei seguono i tuoi passi, stai facendo la cosa giusta: allontana Emys dal suo maestro, la useremo per salvare Kyra” proseguì lo spettro.
“È tutto inutile ormai. Eron ha distrutto la Luna di sangue.”
“No, non ancora! La ragazza nasconde un segreto, portala dal necromante e baratta la sua vita per quella di Kyra!”
“Ma tu sei pazzo!” replicò Ineran sconvolto, seppure la scintilla di una malsana speranza stesse germinando in fondo al suo cuore.Lo spettro scomparve con un sorriso malizioso.
“Con chi stavi parlando Ineran?” lo apostrofò Emys.
“Stavo solo pensando a voce alta, non ci fare caso. Vieni, torniamo dagli altri, dobbiamo riposare un po’ prima di ripartire domattina.”
Emys rimpianse l’aria fresca e asciutta del passo montano quando giunsero nella palude di Blivor, dopo due giorni di cammino. Al suo interno si ergeva la città omonima, protetta da palizzate di legno di recente costruzione, erette per rimpiazzare le mura distrutte durante l’ultimo assedio. Blivor infatti era recentemente caduta sotto un assedio nemico, non tanto per l’abilità degli assedianti, quanto per il tradimento di uno dei propri cittadini.
Tuttavia la città stava risorgendo in fretta dopo la caduta, grazie alla fama di cui godeva per la presenza di un potente oracolo. Da esso Eron sperava di ricevere un po’ di chiarezza, dato che le sue ultime notti di sonno erano state tormentate da incubi a cui non riusciva a dare un significato.
L’oracolo accoglieva solo di rado le richieste di chi voleva incontrarlo. L’ultimo fortunato era stato il Re di Angmar, desideroso di sapere se avrebbe avuto la meglio nella guerra contro il regno di Golkon. Nessuno sa cosa gli rispose l’Oracolo, ma in molti ricordano il suo volto sconvolto dopo la profezia, evidentemente propizia, dato che il re condusse il suo regno alla vittoria nell’arco di un mese.
Lo spettro di Torald tornò a sussurrare nella mente di Ineran: “L’Oracolo ha preziose risposte per lo stregone, il mercenario e il corvo, ma non per noi. Approfitta della loro distrazione per portare via la ragazza.”
“Taci!” sibilò il furfante per non farsi sentire dagli altri “Perché mi sta tormentando in questo modo?” si domandò poi scoraggiato.
L’aria tra i membri del gruppo era tesa: Emys era particolarmente scostante sia col suo maestro che con Ineran, soprattutto dopo che le aveva raccontato di Kyra.
I malsani miasmi della palude invadevano tutta la città, rendendo l’aria quasi irrespirabile per i forestieri. Solo i cittadini sembrano non farci caso, seppure la loro pelle grigia e cadente testimoniasse uno stato di salute generale piuttosto basso. Molte strade erano state intitolate all’Oracolo o al fato in generale: Via del Presagio, Strada del Vaticinio, Piazza Profezia e così via… Ovunque si trovavano ciarlatani che offrivano divinazioni e chiaroveggenze in cambio di denaro, quasi come se tutti i Blivoriani fossero dotati di poteri premonitori.
Il gruppo decise quindi di sostare in una locanda per rifocillarsi e riposare un po’. Senza cercare oltre si fermarono alla prima che trovarono, attratti dal nome estremamente caratteristico: “la bettola dei miasmi”.
“Eron! Eron il paggio!” esclamò con tono scherzoso un uomo piuttosto anziano non appena si sedettero. Eron squadrò il volto scavato e grigio dell’uomo che gli stava sorridendo, finché finalmente non lo riconobbe. Era Loresh, l’allievo precedente del suo maestro, che non vedeva da almeno vent’anni, ma che sembrava ancora viscido e mellifluo come un tempo.
Eron si alzò in piedi per stringergli la mano. “Il tempo è stato inclemente con te vecchio Loresh”.
“Purtroppo sono lontani i tempi in cui le ragazze cadevano ai miei piedi” gli rispose pronto il Blivoriano prorompendo in una risata sgraziata.
Neanche il malcelato astio che nutriva nei suoi confronti sembrava scomparso, forse dovuto alla predilezione del maestro per Eron. La sua attenzione era però sempre più attratta da Emys, che al contrario sembrava sentirsi sempre più a disagio.
“Ma dimmi piuttosto, chi è questa graziosa fanciulla?”
“Si chiama Emys. È la mia apprendista e viene da Usten.”
Emys porse la mano all’uomo per cortesia, anche se contro voglia. Loresh le prese delicatamente le dita e gliele baciò inspirando profondamente per assaporarne il profumo. Emys avvertì come una scossa, che evidentemente aveva notato anche l’uomo, nonostante il suo tentativo di dissimulare la sorpresa.
“La valle maledetta… Bella e dannata!” disse facendo l’occhiolino alla ragazza, mentre questa ritraeva la mano imbarazzata.
“Abbiamo intenzione di interrogare l’oracolo. Tu lo hai mai fatto Loresh?” chiese seccamente Eron cercando di distogliere l’attenzione dell’uomo dalla sua apprendista.
“Si, ma purtroppo l’oracolo non ha voluto incontrarmi”.
“Forse la tua domanda non era degna di una sua risposta”. Eron non aveva certo il difetto di essere falso ma la sua schiettezza non risultava sempre gradita. Loresh sembrò un po’ contrariato dall’insolenza del vecchio conoscente, ma continuò ad elargire il suo ampio sorriso. “Mah, chi può dirlo… forse potresti aiutarmi tu. Il tuo nome echeggia in lungo e in largo in queste terre: Eron il profeta, Eron il veggente, Eron il saggio!!! Facciamo così: stanotte sarete tutti e due miei ospiti, così io e te potremo parlare del tempo che fu e di quello che sarà. Non permetterò ad un vecchio amico e alla sua incantevole apprendista di alloggiare in questa bettola buona solo per la birra”. Il suono untuoso della sua voce era nauseante almeno quanto i miasmi dell’acquitrino.
“Sono onorato dal tuo invito ma non posso accettare. Non viaggio solo con Emys, ci sono anche questi due mercenari” rispose Eron indicando Nodhes e Ineran.
Loresh gettò distrattamente un’occhiata ai due uomini. “Uhhh! Mercenari… Chissà quale importante scopo ti sarai prefisso per essere costretto ad assumere due guardie del corpo.” Gli dette una lieve pacca sulla spalla. “Non temere vecchio mio, dove c’è posto per due ce n’è anche per…” si interruppe all’improvviso quando notò il corvo appollaiato sulla spalla di Nodhes. L’uomo sembrò d’un tratto spaventato ma subito tornò al suo solito viscido sorriso. “Orsù, non perdiamo altro tempo.” disse battendo i palmi delle mani. “Prima accontenterete questo povero vecchio e prima potrò ordinare al mio servo di preparaci da mangiare!”
“Se la metti così… allora non possiamo rifiutare” rispose rassegnato Eron.
Loresh abitava in una torre nella parte alta della città, assieme ad un giovane servo dalla lingua mozzata. Attraversando uno dei corridoi, la spada di Nodhes attrasse il denso fumo proveniente da un incensiere.
“Una lama dei demoni!” esclamò sorpreso il padrone di casa. “Sono sicuro che tu non conosca gli immensi poteri che cela la tua arma. Te li dirò io se avrai la pazienza di ascoltarmi.”
“A dire il vero credo che li conosca fin troppo bene…” borbottò Ineran.
Dopo aver fatto visitare la torre ai suoi ospiti, Loresh li condusse nella sala da pranzo, che nel frattempo il servo aveva allestito per la cena.
“Prego, accomodatevi e gustate questo magnifico vino di Sovel mentre aspettiamo la cena” disse mentre si prodigava a riempire i bicchieri. Drunkhno, non meno affamato degli altri, saltellò giù dalla spalla di Nodhes ed atterrò sul tavolo per rubare una fetta di pane da un cestino e Loresh, che evidentemente mal sopportava la sua presenza tentò di scacciarlo. Il corvo, per ripicca, gli diede una beccata sulla mano, provocandogli un lieve graffio. Inaspettatamente la ferita si allargò, estendendosi prima a tutta la mano e poi al braccio, accompagnata da una copiosa fuoriuscita di sangue. Loresh scivolò fuori dalla stanza senza dire una parola, sotto lo sguardo sconvolto dei presenti.
“Perché non riesco a stare tre giorni di fila senza assistere ad una stregoneria?” chiese sarcastico Ineran al suo compagno. Eron lo fulminò con lo sguardo e si alzò in piedi. “Scusatemi vado a vedere cosa è successo.”
“Vengo con te” disse Emys seguendo il maestro.
I due trovarono Loresh intento a sfregare la carne viva con una strana pietra mentre salmodiava oscure parole, tremante per il dolore. Presto la ferita si ridusse fino a chiudersi, senza lasciare alcuna traccia.
Loresh oltrepassò Eron ed Emys in silenzio sotto gli sguardi attoniti dei due, ritornando nella sala da pranzo.
“Quel corvo è pericoloso, non voglio che resti nella mia casa!”
Drunkhno osservò Loresh con odio ma non se lo fece ripetere due volte e spiccò il volo schizzando fuori dalla finestra. Anche Nodhes si alzò”Ci vediamo domani” disse rivolto ai suoi amici, ignorando volontariamente il suo ospite ed uscendo dalla sua dimora.
A notte ormai fonda tutti i forestieri si erano addormentati. Loresh invece era ancora vigile e stava scrutando le braci di un incensiere, smuovendole con un attizzatoio e parlando tra sé e sé. “Li ho trovati padrone! Sono loro!”
Il silenzio inghiottì le sue parole, infine aggiunse: “Cosa volete che faccia di loro?”
Comments
Comment from Daniele
Time: March 21, 2008, 3:36 pm
Mammina mia che bravi i nostri narratori! Complimenti per il riassunto: ha messo bene in luce tutti gli spunti che abbiamo giocato, e li ha messi in luce bene. Ganzo
Comment from Galdor
Time: March 21, 2008, 10:20 am
Fico: le due città introdotte in questo episodio sono entrambe davvero affascinanti!!