tradimento!
L’imbarcazione che aveva soccorso Eron, Emys ed Ineran era una lunga gondola guidata da un pescatore. A prua era fissata una campanella che suonava vivacemente ad ogni più lieve rollio della barca.
Giunti in prossimità della riva non trovarono però, come avevano sperato, Nodhes e Drunkhno ad attenderli, bensì un gruppo di guardie del Triumvirato, guidate da un uomo distinto, vestito di abiti nobiliari, che li attendeva in piedi, pazientemente, con le mani giunte. Era leggermente stempiato e una brutta cicatrice gli attraversa uno zigomo, acciaccandogli un occhio.
“Sono loro. Alzatevi!” disse tranquillo.
Le guardie, che se ne stavano appoggiate alle loro picche o sedute su vecchi tronchi di alberi caduti, si destarono dal loro riposo, sollevando un clangore di spade, scudi e armature.
Eron ebbe un brivido alla schiena, un avvertimento del suo sesto senso, che andava al di là dell’imminente incontro con le guardie che li stavano attendendo.
“Fermati” ordinò seccamente Ineran al barcaiolo.
“Non posso signore” gli rispose mesto l’uomo senza guardarlo negli occhi e continuando a far avanzare placidamente la barca verso la riva.
“Temi che ti ritengano responsabile se fermerai la barca?”
“Ormai è tardi signore…”
Ma il barcaiolo non ebbe tempo di finire la frase: Ineran gli dette una violenta spinta che gli fece perdere l’equilibrio e cadere in acqua. Emys ed Eron osservavano sbigottiti la scena che degenerò sempre più rapidamente. Mentre la barca continuava ad avanzare per inerzia verso il lungo pontile di legno, Ineran recuperò il remo caduto in acqua e cominciò a pagaiare, cercando di riprendere il largo.
L’uomo sfregiato non sembrò sorpreso dall’evolversi degli eventi quanto piuttosto sconsolato mentre impartiva stancamente l’ordine alle sue guardie di non far fuggire i furfanti. Due uomini armati scattarono lungo il pontile e con un agile balzo piombarono pesantemente sulla barca, rischiando quasi di farla rovesciare. Il primo di essi, estrasse la sua daga, minaccioso.
“Deponete le armi ed arrendetevi!”
Ma prima di poter mettere in atto la sua minaccia Ineran gli mollò un colpo di remo in pieno volto, spezzandogli il naso e facendolo finire in acqua.
Emys lanciò un’occhiata al suo Maestro che sembrava estremamente assorto, forse concentrato su una delle sue visioni, anche se stavolta dal suo volto traspariva un’espressione di profondo turbamento. Confusa ed indecisa sul da farsi, Emys allungò una mano verso il barcaiolo, che sembrava avere difficoltà a rimanere a galla. Il barcaiolo afferrò saldamente il suo esile polso ma, in preda al panico, invece di farsi aiutare, tirò giù con forza la sua soccorritrice, facendola cadere a sua volta in acqua.
Quando Ineran vide Emys scomparire sott’acqua, capì che la battaglia era ormai perduta e depose il remo che brandiva come arma.
“Siete sotto arresto furfanti!” intimò la guardia rimasta sull’imbarcazione.
La gondola venne trascinata al molo mentre il barcaiolo , tirandosi a fatica fuori dall’acqua, imprecava contro gli ingrati che aveva tratto in salvo. Emys invece approfittò della confusione per immergersi in acqua defilandosi nell’oscurità della notte. Lo sfregiato osservò turbato i due uomini che le guardie stavano conducendo verso di lui. “Dov’è la ragazza?” chiese severo.
Il capitano delle guardie strinse le spalle, quindi si risolve ai suoi uomini: “Trovatela!”
Nel frattempo le guardie legarono i polsi di Eron ed Ineran con delle catene e li disarmarono. Ma la guardia colpita al volto dal remo di Ineran volle riservare un trattamento di favore al suo aggressore e, senza che altri intervenissero, rimarcò il suo disappunto pestando il furfante e sottraendogli i suoi averi, tra i quali anche la borsa dove conservava il bracciale rubato ad Emys.
“Possiamo sapere di cosa siamo accusati?” chiese Eron allo sfregiato.
“Vi basti sapere che siete in stato d’arresto, per il potere conferitomi da questo sigillo” rispose l’uomo mostrando un anello d’oro con impresso il simbolo del triumvirato di Blivor: un serpente a tre teste che stringeva una sfera in ciascuna delle sue bocche.
“Non siamo riusciti a trovare la ragazza, signore.”
“Aspettate ancora un po’. Se continua a non riemergere probabilmente sarà stata divorata dalle anguille giganti.”
Una nuova ondata di malessere attraversò i sensi di Eron, offuscandogli la vista per un attimo.
Emys osservò impotente le guardie che arrestavano i suo amici immersa in acqua fino al naso, aspettando che si allontanassero. Quindi uscì dalla palude, seguendoli a distanza in modo che non potessero notarla.
Il giovane servitore di Loresh era particolarmente scosso per la visione dell’oracolo, ma soprattutto per la brutta ferita del suo padrone. Il suo volto pallido ed emaciato si animò all’improvviso quando avvistò la riva, mugugnando suoni incomprensibili a causa della sua lingua mozzata.
La barca grattò pesantemente contro il molo facendo gemere Loresh dal dolore. Il servitore balzò sul pontile assicurando la barca al molo con una cima. Quindi, diretto al suo padrone, cominciò a sbracciare goffamente cercando di fargli capire che sarebbe corso in città per cercare aiuto.
“Dove vai sciocco? Aspetta, arriveranno loro.” la voce dello stregone era un rantolio che usciva dal corpo come aria soffiata da un mantice rotto.
Anche Nodhes salì sul pontile e si avviò verso la città mentre Druhnkno gli si adagiò sulla spalla, senza degnare Loresh di una parola o di uno sguardo.
Le strade, invase da una lieve foschia, erano spettrali e desolate. Pur non essendoci nessuno in vista, si sentivano bisbigli e sussurri provenire da ogni vicolo. Nodhes udì una voce femminile alle sue spalle:
“In cerca di compagnia?”
Una gamba, nuda e sinuosa, fece capolino da un portone, da cui proveniva una luce dorata, calda e rassicurante. Il mercenario fece un passo indietro e si trovò di fronte a una donna dai lunghi capelli corvini che le cadevano vaporosi sulle spalle.
“Non deve essere di queste parti” pensò Nodhes, notando il colorito roseo della sua pelle e le guance avvampate di rosso che le incorniciavano le labbra carnose e sensuali. Indossava un abito attillato che le fasciava i fianchi e le evidenziava il seno. Come unico gioiello portava un orecchino d’oro ad anello. I suoi occhi scuri e profondi gli gettarono uno sguardo lascivo e volubile, aspettando con ansia una risposta al suo invito.
“In questo momento starei cercando qualcuno” le rispose impassibile Nodhes.
La donna lo agguantò per un bavero, e gli parlò con tono suadente, quasi sfiorando le labbra alle sue.
“Qualcuno come me?”
“No, mi spiace, sto cercando tre miei compagni che sono usciti in barca poco fa”
La donna gli prese il volto fra le mani.
“E chi ti dice che una bella signora come me non sappia quello che stai cercando? Io so sempre quello che vogliono gli uomini.” gli disse con un sorriso ammaliante e strizzando un occhio.
Il corvo spiccò improvvisamente il volo come per togliere d’impiccio il suo padrone.
Nodhes non riuscì ad opporre ulteriore resistenza alla donna che lo trascinò nella sua abitazione, chiudendosi la porta alle spalle.
Emys uscì dalla palude con la veste leggera grondante di acqua e raggiunse rapidamente le guardie. Le seguiva a breve distanza camminando radente ai muri e passando di portico in portico per non farsi vedere. Il gruppo si stava dirigendo verso un’ala della città contraddistinta da un gruppo di case di pietra, alte e signorili, in forte contrapposizione con le squallide bettole di legno, dall’aspetto povero e trasandato che si trovavano nei pressi della palude.
La ragazza fu costretta a fermarsi quando le guardie passarono attraverso un grande arco di pietra in cui il sentiero di terra battuta veniva sostituito da una strada lastricata di pietre illuminata da torce, dall’aspetto decisamente più salubre dei vicoli stretti e maleodoranti della zona del porto. La porta era protetta da due guardie armate che lasciarono passare il gruppo dello sfregiato senza porre alcuna domanda.
Emys si infilò nel cortiletto di una casupola in cerca di un cambio di abiti. Scorse la luce della lanterna di un servitore che rientrava in casa. Era il momento giusto per agire. Frugando in un baule accanto all’ingresso trovò una tunica da donna, che indossò dopo essersi liberata dei suoi abiti fradici. Uscendo dal patio con disinvoltura si diresse con passo ancheggiante verso le due guardie che proteggevano l’ingresso alla cittadella. Una di esse sonnecchiava appoggiata ad un lato del portale sorreggendosi alla sua picca. L’altra se ne stava in piedi con le braccia conserte, sbuffando per la noia. Questa notò subito la ragazza e fece per svegliare il suo compagno quando Emys gli fece segno di star zitto portandosi un dito sulle labbra.
“Lo so che sei in servizio e non potresti, ma è notte fonda e non se ne accorgerà nessuno…” gli sussurrò con tono malizioso.
“Chi sei? Non ti ho mai vista prima. Vieni dal lontano Klach?” la interrogò la guardia squadrandola dalla testa ai piedi.
“Non è importante da dove vengo” disse accarezzandogli un braccio con un dito.
“C’è una nicchia qui dietro, se facciamo piano possiamo farlo anche senza svegliare il mio compagno.”
“Cosa hai detto?” biascicò la guardia dormiente senza neanche aprire gli occhi.
“Niente niente, parlavo tra me e me.”
“Ah, avvertimi se arriva qualcuno”
“Si si, ma chi vuoi che passi a quest’ora!” disse occhieggiando in direzione di Emys, la quale gli rispose con un sorriso sbarazzino. Attese qualche attimo che il compagno ricominciasse a russare, quindi prese la ragazza per una mano e la condusse all’interno della cittadella, dove raggiunsero una nicchia di pietra incavata nelle mura. L’uomo stava già spogliandosi frettolosamente quando Emys lo fermò:
“Aspetta! Non mi offri neanche da bere?” gli suggerì la ragazza indicando con lo sguardo la sua borraccia.
“Eh? Ah, sì certo, tieni! Ho ancora del vino con me.” disse l’uomo un po’ spaesato passandole la borraccia.
Emys buttò giù un sorso di vino, stantio e asprigno, asciugandosi poi le labbra con il dorso della mano. “Non abbiamo ancora parlato di soldi… Quanto hai da offrirmi?”
L’uomo fece una lieve smorfia e si sfilò il borsello dalla cintura frugandoci dentro per contare le monete e la ragazza ne approfittò per infilare nella borraccia delle erbe essiccate che teneva in una fialetta.
“Ho otto pezzi, niente di più.” disse la guardia.
“E va bene, vorrà dire che ti farò lo sconto.” le disse Emys passandogli la borraccia.
L’uomo tracannò avidamente il vino avvelenato e ripassò la fiaschetta alla ragazza, ricominciando a spogliarsi. Emys, per prendere tempo, giocherellò maliziosamente con la borraccia accendendo ulteriormente il desiderio dell’uomo che cominciò a grugnire di piacere, seppure si capisse che stesse già lottando contro il sonno. Quando si gettò sulla ragazza per possederla si addormentò definitivamente schiacciandola con il suo peso. Emys lo scansò delicatamente e si incamminò nuovamente sul sentiero lastricato.
Ineran ed Eron percorrevano la via principale della cittadella con le mani legate dietro la schiena, costantemente scortati dalle guardie che li esortavano ad accelerare il passo ad ogni minima esitazione. Nello spazio buio lasciato da una torcia spenta, una delle tante che illuminavano il viale, Ineran vide il volto di Torald:
“Fidati di me” gli sussurrò lo spettro.
“Mi ricordo l’ultima volta che mi sono fidato di te…” gli rispose Ineran, quasi parlando tra sé e sé. Torald lo tormentava continuamente da quando lo aveva incontrato al Crocevia; lo assillava anche più dello stesso Druhnkno! Anche adesso, a distanza di anni, legava il suo volto al ricordo dell’evento che aveva portato alla rovina il suo grande amore e la disgrazia della sua stessa vita.
x—x
Ineran muoveva i piedi l’uno dietro l’altro su un sostegno talmente inconsistente da essere quasi invisibile. Aveva scagliato un rampino sulla sommità della Torre dei Cani assicurando saldamente l’altra estremità della corda a un albero a poca distanza da essa. Il funambolo procedeva sicuro sulla corda, guardando di tanto in tanto a terra: non erano certo i dieci metri di altezza a spaventarlo, ma la presenza di alcuni mastini, comparsi all’improvviso, delle ombre scure dagli occhi di bragia, i cui denti bianchi e aguzzi quasi brillavano nell’oscurità.
“Kyra, rimani qui, vado da solo” disse alla sua amata che attendeva ancora sull’albero insieme al fratello Torald.
“Si Kyra, non andare. Ineran saprà cavarsela da solo” replicò Torald.
Kyra ignorò le parole dei due uomini e posò delicatamente i suoi piedi sulla corda in modo da non farla sobbalzare. Ineran non poté fare a meno di rincuorarsi della sua scelta, pensando alla frase che le aveva sussurrato la notte precedente, addormentandosi con la testa appoggiata sul suo petto: “Tu sei il mio destino come io sono il tuo”.
Mentre i due camminavano sulla corda i mastini spettrali comparivano e scomparivano continuamente dalle ombre rendendo impossibile una stima del loro effettivo numero.
“Forse avrei dovuto accettare il dono di Izin…” rimpianse improvvisamente Ineran.
I due giunsero sulle mura che circondavano la torre e atterrarono sullo stretto camminamento. Dall’interno il castello sembrava molto più diroccato di quanto non sembrasse da fuori. Le mura erano in rovina e gran parte delle scale che scendevano verso il cortile interno erano franate.
Ineran si sfilò la corda che portava a tracolla, la fissò saldamente ad uno dei merli e la calò nel cortile interno. L’uomo notò con orrore alcune ombre nell’oscurità che si scansavano man mano che la corda scendeva, che fossero solo frutto della paura che gli stava torcendo lo stomaco?
“Kyra, per favore, torna indietro!”
La donna gli sorrise e gli poggiò un dito sulle labbra.
“Non dire sciocchezze, siamo sempre in due, non te lo scordare.”
A Ineran si strinse il cuore e trovò nuovo coraggio per calarsi con la corda.
Scendendo lungo le mura, Ineran ebbe la sgradevole sensazione che il cielo si chiudesse sopra di lui come se si calasse lungo un pozzo senza fondo. Sentiva rumori di passi e continui bisbiglii intorno a lui.
“Kyra! Rimani dove sei, apro la porta e torno subito”
La donna udì la sua voce attutita e distorta e, quel che è peggio, percepì la paura che traspariva dalle sue false parole rassicuranti. Subito dopo sentì il cigolio di una porta che si affacciava dalla torre sul ballatoio e i passi pesanti di alcune guardie che risalivano le scale provenienti dal cortile.
Kyra fu presa dal panico e cominciò a correre lungo il camminamento infilandosi in una rampa di scale a capo fitto e stringendo nella mano sinistra il suo talismano porta fortuna. Sperava di poter sorprendere le guardie investendole con l’impeto della sua discesa ma, quando se le trovò di fronte, notò con orrore i loro volti putrefatti sotto l’elmo arrugginito, mentre le loro braccia scheletriche impugnavano pesanti spade. Kyra chiuse gli occhi e continuò la sua folle corsa passando letteralmente attraverso i corpi inconsistenti delle guardie spettrali. Uno scalino però cedette improvvisamente sotto i suoi piedi facendola cadere nel vuoto. Riuscì ad aggrapparsi a ciò che rimaneva delle scale, ma perse subito la presa precipitando nel cortile. Si rialzò dolorante ed escoriata, sollevando lo sguardo giusto per incontrare gli occhi fiammeggianti di numerose guardie che fuoriuscivano da ogni dove senza lasciarle via di scampo…
Ineran ritornò improvvisamente al presente, osservando con stupore Torald entrare nel corpo del capitano delle guardie. L’uomo fu scosso da un lieve sussulto dopodiché si voltò verso Ineran, lanciandogli uno sguardo complice. Nel frattempo la sensazione di disagio di Eron e il cattivo presentimento che lo accompagnava da quando avevano lasciato la palude si fece tanto intenso da fargli girare la testa. Decise quindi di non scacciare ulteriormente la sensazione quanto piuttosto di lasciare che questa lo invadesse completamente.
Subito dai lati del viale lastricato fuoriuscì un gruppo di uomini ammantati che si gettarono con le loro daghe levate al cielo sulle guardie che li stavano scortando. L’attacco fu così fulmineo da sorprendere le loro vittime, che avevano ancora le spade infoderate. Con una falciata uno degli uomini accanto ad Ineran cadde a terra con il torace squarciato. Un’altra guardia tentò di portarsi un corno alle labbra, ma la mano le fu tranciata di netto da un colpo di daga.
Il capitano delle guardie, sotto il controllo di Torald, afferrò l’uomo con l’anello tentando di trascinarlo verso un edificio per fuggire con lui. Prima di allontanarsi però lanciò le chiavi delle catene verso Ineran.
Eron, impietrito dalla sorpresa non poté comunque fare a meno di notare che gli aggressori, sotto il loro mantello, sembravano portare le stesse effigi delle guardie che lo scortavano.
Ineran si liberò rapidamente dalle catene e, senza degnare di uno sguardo il veggente, fuggì attraverso un varco che si era aperto nell’infuriare della battaglia.
Il capitano delle guardie, uccise uno degli aggressori con un sciabolata su un fianco e si infilò in una casa dalla porta socchiusa.
Tutto stava accadendo troppo velocemente ed Eron ebbe appena il tempo di mettere a fuoco uno degli assassini gettarglisi incontro con la spada sguainata. Il veggente scartò di lato cadendo a terra, per poi capire un attimo dopo che il colpo dell’aggressore era invece diretto ad una delle guardie; questa parò il colpo con lo scudo rispondendo a sua volta con violenza ma subito fu preso di sorpresa alle spalle da un altro aggressore che gli bloccò la testa con una mano recidendoli la gola con un pugnale. Eron si rialzò faticosamente in piedi notando con sgomento il capitano delle guardie e l’uomo con l’anello fuggire dall’abitazione dove si erano rifugiati, barcollanti e feriti a morte.
Il veggente, rimasto solo, cercò di fuggire ma gli aggressori lo raggiunsero in un batter d’occhio e lo circondarono tagliandogli le vie di fuga. Uno degli assalitori lo osservò per un attimo quindi disse:
“Uccidetelo, abbiamo già un altro testimone.”
Eron sentì una fredda lama di ferro penetrargli il ventre e sfilarsi subito dopo. Trafitto a morte, il veggente si accasciò a terra mentre la vista gli si annebbiava…
La scena passò in un’istante davanti agli occhi di Eron come una chiara visione del futuro. Istintivamente si portò una mano all’addome verificando che non fosse ferito. Il veggente era di nuovo circondato dalle guardie, che marciavano tranquillamente lungo il viale lastricato: non sospettavano che di lì a poco per loro sarebbe scattata una trappola mortale. Vide il capitano delle guardie avere un lieve sussulto per poi voltarsi verso Ineran, subito dopo notò con la coda dell’occhio gli uomini ammantati fuoriuscire dai portici circostanti. Eron si rese conto che se non avesse fatto presto qualcosa, sarebbe andato in contro a morte certa, raccolse quindi quanto fiato aveva nei polmoni ed urlò:
“Attenzione! Ci attaccano!”
Alcune guardie guardarono Eron stupiti, ma altre notarono effettivamente gli assalitori, portando le mani alle else delle spade. Un aggressore sferrò un fendente su una guardia vicina ad Ineran, la quale riuscì appena in tempo ad estrarre la sua arma e a deviare il colpo.
Una delle guardie prese il suo corno e lo portò alla bocca emettendo una lunga nota. Uno degli aggressori si fiondò su di essa per mettere a tacere il corno ma era troppo lontano e venne prontamente intercettato da un altra guardia.
Il capitano delle guardie, sotto il controllo di Torald, lanciò le chiavi ad Ineran e iniziò a trascinare l’uomo con l’anello verso l’edificio in cui avrebbe trovato la morte. Il furfante si guardò intorno cercando una via di fuga, ma il combattimento infuriava tutto intorno a lui e non esisteva un corridoio libero che potesse condurlo in salvo. Mentre si liberava dalle catene udì distintamente la voce concitata di Eron che urlava per sovrastare il clangore delle spade.
“Ineran! Non andare, dobbiamo restare uniti. E’ la nostra unica speranza!”
Il furfante guardò con stupore il veggente, che sembrava avergli letto le sue intenzioni nella mente, mentre cercava di raggiungere il capitano delle guardie schivando i colpi di spada che sibilavano ovunque.
Mentre lo scontro infuriava tutto intorno a loro Eron arrivò a pochi passi dall’uomo con l’anello che lo osservava con aria interrogativa.
“Non entrate in quella casa, vi troverete solo assassini pronti a pugnalarvi. Dobbiamo ritirarci… da quella parte!” disse indicando l’ingresso di un vicolo.
“Dagli retta. Fa come dice” ordinò l’uomo con l’anello.
“Si signore!” affermò il capitano delle guardie, estraendo la spada e mettendosi in posizione difensiva.
Il suono del corno risuonò nuovamente e gli aggressori tentarono un nuovo disperato attacco.
Mentre il capitano delle guardie arretrava facendo scudo all’uomo con l’anello chiese:
“Ma cosa sta succedendo? Chi sono costoro?”
“Traditori. Sono gli uomini di Nent”
Torald capì che si trattava di una lotta fra gli uomini di due dei tre Triumviri: Nent e Gahird.
Intanto Ineran stava aiutando Eron a liberarsi dalle catene poi, recuperate le sue frecce, cominciò a tirare contro le guardie, nel tentativo di aprirsi un varco.
Gli aggressori dubitavano ormai dell’esito della loro imboscata: uno di essi giaceva a terra sgozzato e un altro esalava gli ultimi respiri reggendosi le budella con una mano. Avevano sperato in un attacco fulmineo, coadiuvato dall’effetto sorpresa, ma qualcosa era andato storto e la situazione si era fatta per loro disperata. Il loro comandante li richiamò, esortandoli a ripiegare.
La bellissima donna che aveva accolto Nodhes in casa sua, gli rivelò quasi subito, fra un bacio e l’altro, ciò che il mercenario voleva sapere.
“Un uomo dall’aspetto frusto e un vecchio dal cranio pelato pieno di tatuaggi sono stati catturati dalle guardie di Gahird, uno dei Triumviri.” La donna gli diede un bacio sul collo. “Stavano cercando anche una ragazza ma non sono riusciti a trovarla. D’altronde si sa, le donne sono sempre più furbe degli uomini.” la frase venne accompagnata da un altro bacio, questa volte sulla fronte, illuminato dal più splendido dei sorrisi. Nodhes fissò per un attimo i suoi occhi con sguardo triste.
“Grazie donna, ma adesso devo proprio andare. Mi si prospetta una notte animata”
“Ma come?” disse delusa “Speravo di poter essere io ad animare la tua notte. Non vorrai mica lasciarmi così?” gli chiese trattenendolo con un languido abbraccio.
Nodhes si liberò delicatamente dalla presa della donna.
“Mi spiace, vorrei restare con te, ma non posso. I miei amici potrebbero essere in pericolo”.
“Allora sappi che Ardelmy sarà sempre qui ad aspettarti, mio bel principe malinconico” gli disse stampandogli un ultimo bacio sulle labbra.
vecchie verità e mancate bugie »
Comments
Comment from Isabella
Time: April 18, 2008, 12:55 pm
Wow, che ganzo!
Comment from Daniele
Time: April 18, 2008, 10:31 am
Bello! L’ho letto tutto d’un fiato. Grazie per aver rattoppato un paio di cose che m’ero venute sbilenche