La Saga di Nodhes di Thraal

Entries Comments


il prezzo della libertà

24 April, 2008 (17:15) | la città dei veggenti

“Deve essere questa la Via delle Sette Volte” pensò Eron ad alta voce osservando la stretta strada che avevano appena imboccato, poco più che una fessura nella penombra della città, sormontata da sette archi che collegavano gli alti palazzi ai suoi due lati. Non erano di certo paragonabili alle squallide catapecchie della zona del porto, ma non avevano neanche la misteriosa signorilità degli antichi edifici della cittadella. Al volgere del tramonto era tutt’altro che deserta. Doveva essere nota per gli incontri segreti giacché vari capannelli di persone si erano radunati sotto i portici a confabulare, abbassando la voce e facendo emergere sguardi minacciosi non appena qualcuno passava nelle vicinanze. La via ospitava anche un’osteria, dal cui interno provenivano fetidi odori e rumori di alterchi che sembrava potessero sfociare da un momento all’altro in una violenta rissa.

Proprio mentre sbirciavano attraverso le pelli che facevano da finestre, ormai ridotte a brandelli, Eron ed Emys si sentirono chiamare da un bisbiglio alle loro spalle.
Una figura curva e china nell’ombra li attendeva nascosta in uno degli angoli più bui dei porticati.
“Non sembra Zobel” disse Eron aguzzando la vista per penetrare l’oscurità.
“Figuriamoci se uno come lui si fa trovare in un posto così…” replicò Emis.
“Chi ti manda?” lo apostrofò la ragazza avvicinandosi.
L’uomo la squadrò con il suo volto da tagliagole; la sua bocca era sdentata, il naso spezzato e gli occhi ricchi di quell’astuzia che testimonia una vita d’espedienti e di affari ai confini con la legalità. Il suo viso blivoriano, pallido, grigiastro e flaccido lo rendeva ancor meno rassicurante. Dopo un attimo di incertezza, senza proferir parola, mostrò il pesante anello d’oro che stringeva nel pugno. L’anello con il simbolo del triumvirato, lo stesso che il giorno prima Eron aveva visto a Zobel.
Li condusse attraverso una lunga serie di vicoli bui, scalinate maleodoranti e fetidi viottoli ricchi di pozzanghere untuose, evitando volontariamente di passare dalle strade principali, ampie e illuminate.
Eron ed Emys non erano tipi da scandalizzarsi per le condizioni di decadenza di Blivor, ma nonostante ciò, una certa apprensione cominciò ad insinuarsi nei loro cuori. Quando finalmente giunsero ad un basso edificio di legno dall’aspetto fatiscente, il cui ingresso non era che un varco nel muro celato da una lurido panno, l’uomo scostò la tela con la mano e si fece da parte con riverenza come per mostrare che erano giunti a destinazione.
“Siamo arrivati?” chiese Eron visibilmente perplesso.
“Sì” gli rispose seccamente l’uomo.
“Non sembra un luogo degno dell’emissario di un Triumviro.”
“Vi stanno aspettando!” L’uomo apparve sdegnato dall’affronto e varcò la soglia cominciando a richiudere lentamente la tenda. “Ma se non vi fidate…”
Eron gli bloccò la mano impedendogli di chiudere la tenda.
La guida accese una torcia che si trovava appesa accanto all’ingresso e introdusse i due in un seminterrato umido, che un tempo doveva essere una taverna o forse semplicemente un magazzino, sicuramente inutilizzato da moltissimi anni. Un’incerta rampa di gradini in un legno mezzo marcito conduceva sul fondo maleodorante del locale, dove delle figure li attendevano nella penombra di una torcia nascosta.
Emys prese una mano del maestro e la strinse forte.
“E se fosse una trappola?” bisbigliò incerta.
Se ci fosse stata più luce Eron avrebbe potuto leggere la preoccupazione negli occhi della sua allieva.
“Non temere, se avessero voluto farci del male, non avrebbero avuto bisogno di ricorrere a tutti questi sotterfugi”
Giunti in fondo alle scale riconobbero Zobel in una delle figure che attendevano con le mani giunte sul grembo; li osservava compiaciuto col suo sguardo acciaccato dalla vistosa cicatrice sul viso. Dietro di lui se ne stava un uomo certo più anziano, ammantato da una cappa nobiliare che, non appena i due entrarono nella stanza, smise di fissare i loro piedi, che aveva seguito per tutta la discesa dalla scala, sospirando con evidente sollievo.
La loro guida, che li aveva preceduti, restituì l’anello a Zobel flettendosi in un lieve inchino, quindi si fece da parte, schierandosi con le guardie che stavano pronte avvolte nelle ombre ai margini dell’angusto salone. Sulla spalla portavano una spilla rappresentante un coccodrillo stilizzato, esattamente come quella di Zobel. Il mantello dell’uomo era invece sorretto da una spilla raffigurante una tartaruga. Era alto e distinto, dai lineamenti sottili e ben rasato, evidentemente una persona di rango elevato, come denotato anche dai suoi capelli tirati indietro e legati in una lunga treccia.

“Avete fatto bene a venire” esordì Zobel con decisione.
“Avevamo forse scelta?” replicò Eron con malcelato astio.
“Certamente! Potevate vivere come rinnegati fuorilegge, ma vedo con piacere che avete scelto un’altra strada. Anche perché gli uomini che prestano le loro capacità ai Triumviri sono sempre premiati e sono sicuro che voi avete intenzione di ricambiare il favore che vi è stato fatto”
Emys sgranò gli occhi stupefatta, cercando un segno nel volto del maestro, il quale però continuava impassibile a fronteggiare Zobel con lo sguardo.
“Credo che prima di proseguire dovremmo mettere in chiaro alcune cose” scandì il maestro con sicurezza.
“Come desiderate” gli rispose Zobel come se si fosse dimenticato qualche cosa. Batté le mani e dall’oscurità riemerse il servitore che, dopo aver depositato i miseri averi che erano stati confiscati ad Eron e ai suoi compagni, tornò al suo posto ai margini nella sala e del dialogo.
“Immagino siate soddisfatti ora” disse Zobel ai due, seppure la sua attenzione fosse principalmente rivolta al veggente.
“Non mi riferivo ai nostri averi, ma mi premeva sapere se avete intuito quanto è successo durante l’aggressione che abbiamo subito alla cittadella” spiegò paziente Eron.
Zobel rifletté per un solo secondo, incerto. “Credo di aver dedotto che sei uno dei pochi privilegiati dotati della vera veggenza”
“Ah! La vera veggenza!” esclamò con tono estatico l’uomo ammantato, volgendo gli occhi e le mani al cielo.
“…la qual cosa ci farebbe immenso piacere, nella situazione in cui ci troviamo” riprese Zobel ignorando il suo compagno.
“Allora, se voi avete capito, ci dev’essere qualcosa che mi sfugge.” pensò Eron massaggiandosi le tempie. “Per quanto ne so io infatti, noi non abbiamo alcun debito nei vostri confronti, ma piuttosto siete voi ad averlo nei miei!” sentenziò Eron battendosi una mano sul petto e avvampandosi in volto per la rabbia.
Le due guardie si mossero all’unisono pronte a sguainare la spada.
“Calma uomini, stiamo solo parlando.” intervenne Zobel con tono conciliante.
Quando i soldati si ricomposero, Zobel sfoderò il più colloquiale dei toni:“Beh, è ovvio che tu debba sdebitarti della benevolenza del mio Signore” disse accennando con la testa in direzione dell’uomo che stava dietro di lui, momento in cui Eron ed Emys ebbero la conferma di stare trattando con un Triumviro in persona. Evidentemente le parole sconclusionate di Loresh, che aveva accusato Zobel di essere un doppio-giochista, non erano del tutto infondate.
“Quale che sia il vostro interesse nella città di Blivor, è chiaro che può esserlo solo in virtù della volontà dei Triumviri e, giacché voi avete incrociato le loro strade e avete attirato la loro attenzione, non potete proseguire senza la loro benevolenza. È per questo che vi trovate a dover assolvere a questo debito.”
“Quindi, se ho capito bene, è a causa del mio intervento che ha permesso a noi tutti di salvarci dall’aggressione, che adesso ci troviamo in questa sgradevole situazione. Sono accusato di aver rotto una qualche sorta di sordido equilibrio politico tra i Triumviri?”
Zobel rise silenziosamente.
“Sei fuori strada forestiero. Non ti stiamo accusando di averci avvisato in tempo dell’aggressione, anzi, l’averlo fatto ti ha dato la possibilità di riscattarti dalla spinosa situazione in cui ti trovi. La vostra posizione di spie e assassini ci era già nota nel momento in cui siete giunti in città. Con la vostra cattura sono invece emerse queste particolari capacità che hanno attirato la nostra attenzione. Noi riteniamo che esse siano, come dire… commissionabili per ovviare alla vostra incresciosa condizione.”
“Noi non siamo né spie né assassini” sussurrò Emys affranta all’orecchio del maestro, senza curarsi che Zobel potesse sentirla o meno.
Eron si adombrò in volto, rammaricandosi di non aver mai preso in considerazione l’idea che le attività passate di Nodhes ed Ineran avrebbero potuto causargli dei guai. “Noi non siamo al servizio di nessuno e siamo a Blivor solo di passaggio”
“Beh certo. Questo è quello che direbbe qualsiasi spia o assassino. Ma è ciò che vogliamo appurare e sarà più facile farlo se vorrete metterci a disposizione i vostri servigi.”
Eron si guardò intorno osservando le guardie che lo tenevano sotto controllo. Il suo sguardo si posò anche sul volto di Emys, visibilmente arrabbiata, probabilmente nei confronti dei due uomini che aveva creduto suoi amici.
“Se la mettete così, allora non possiamo che accettare” sentenziò Eron.
“Bene…” ma prima che potesse proseguire venne interrotto dall’uomo alle sue spalle, che gli bisbigliò con urgenza: “Le mani, fate loro mostrare le mani!”
“Porgete le mani” disse Zobel fermamente.
“Volete forse arrestarci?” replicò Eron spazientito.
“Nooo, nooo…” Zobel sembrava imbarazzato “Voglio solo che ci mostriate le mani” e poi aggiunse con forse troppo ritardo “per favore”.
Emys notò che l’uomo ammantato fremeva dall’impazienza, tutto proteso nell’attesa che i due obbedissero all’ordine. La ragazza sollevò le mani mettendole bene in mostra. Eron, ancora incredulo per la richiesta, seguì la sua allieva, mostrandole a sua volta. Il nobile le fissò per un secondo e poi, sollevato, distolse le sguardo e fece un cenno affermativo a Zobel, che attendeva. Solo in quel momento Emys si accorse che l’uomo ammantato portava nella mano sinistra un anello identico a quello di Zobel, mentre la destra era coperta da un guanto con le dita bucate che gli lasciava scoperte le ultime falangi.
“Grazie, possiamo andare ora” disse Zobel imboccando le scale.
Prima di uscire Emys raccolse i loro averi e, dopo un momento di incertezza, anche la borsa di Ineran.
Il Triumviro prese un’altra strada, da solo, scomparendo nel vicolo, scortato dai suoi uomini.
Fuori trovarono una portantina ad attenderli, condotta da quattro uomini tarchiati, cupi e di bassa statura, degli Erunt. Emys fu molto sorpresa dalla loro presenza: non aveva mai incontrato un Erunt, fatta eccezione per gli spiriti che avevano trovato nel tempio della valle di Usten.
Prima di salire la ragazza si rivolse al maestro.
“Hai davvero intenzione di assecondare i capricci di questi prepotenti?”
“No Emys, ma voglio almeno dar loro di possibilità di dirci cosa vogliono. E poi, cosa potremmo fare adesso, fuggire? Ribellarci? No… non abbiamo altra scelta.”
“C’è sempre una scelta” replicò seccamente la ragazza.
“Non se l’unica altra possibilità è la morte” concluse il maestro.

“È raro che il nobile Gahird riceva dei forestieri. Non sono molti quelli a cui concede udienza, seppure in modo informale ed incognito” chiarì Zobel, mentre sprofondava fra i soffici cuscini lasciandosi cullare dal rollio del palanchino.
“Essere minacciati e obbligati a compiere doveri che non sono dovuti? Non lo ritengo un onore” gli rispose Eron con sdegno.
Emys bofonchiò soddisfatta per la presa di posizione del maestro.
Zobel accolse la frecciata con una sorta di divertito fastidio “Ci aspettiamo che tu sappia aiutare il Triumviro nel districarsi di una singolare afflizione che lo tormenta da diversi mesi”
“Ha qualcosa a che fare con la mania di guardare le mani altrui?” chiese il veggente dissimulando il riso.
“Gahird è famoso per le sue numerose superstizioni, per questo noi non vogliamo che certe voci vengano fomentate, come quella che afferma che sarà ucciso da un uomo con sei dita. Ciò di cui volevo parlarvi è invece il fatto che il Triumviro sia afflitto da sogni che lo tormentano ogni notte.”
“I sogni sono ingannevoli, difficilmente rivelano la verità” sentenziò Eron.
“Ce ne siamo accorti. Blivor ribolle di persone che vantano talenti che poi si rivelano non possedere. Innumerevoli interpretatori di sogni hanno lungamente infastidito il Triumviro con le loro erronee veggenze. Eppure ieri mi sono reso conto che, se c’è qualcuno in grado di aiutare il Triumviro ad interpretare i suoi sogni, allora quel qualcuno devi essere proprio tu.”
Eron apparve per un attimo pensieroso. Non era mai stato bravo in questo genere di cose, come invece lo era la sua allieva. Non voleva però metterla in mezzo a questa brutta storia…
“Potrei farlo io maestro” suggerì Emys, come se avesse interpretato il pensiero del maestro.
“Tu?” chiese stupito Zobel.
“Sì, lei è la mia allieva Emys ed ha un grande talento nel percorrere i sogni” intervenne il veggente lasciando trasparire nelle sue parole solo lo spettro di un dubbio.

La portantina passò sopra un rozzo ponticciolo che sormontava una sorta di canale di scolo che si gettava, poco più in là, nella palude. Lo sguardo di Emys fu irresistibilmente attratto dallo squarcio di acquitrino che si intravedeva attraverso le tendine della portantina. Il tempo le sembrò scorrere più lentamente, non riusciva più a distinguere le voci dei suoi compagni di viaggio che le giungevano agli orecchi ovattate e distorte. La sua vista si perse fra i miasmi della palude, in mezzo a sinistri sibili e richiami che le sussurravano tutt’attorno. Quando una casa le si parò di fronte ostruendole la visuale dell’acquitrino, la ragazza ritorno in sé.
“Emys? Sei con noi?” la richiamò Eron vedendola assente.
“Sì, maestro.” rispose umilmente la ragazza.
Il ciambellano parve mettersi sulla difensiva. “Spero che queste vostre pratiche siano sane agli occhi degli Dei”
“Mi fa piacere che lo chiediate” interloquì prontamente Emys. “Siete la prima persona che sento parlare con rispetto degli Dei da quando sono entrata in questa città.”
“Blivor è gremita di empi senza Dio, come sempre accade dove vi sono troppi uomini costretti a vivere nello stesso luogo.”
“Potreste dirci qualcosa di più su questi sogni?” lo interruppe Eron.
“Io non conosco tutti i dettagli poiché il nobile Gahird non mi ha mai raccontato dei suoi sogni. So solo che lo lasciano tremante e inquietato tutte le notti. Egli è certo che siano presagio foriero di sventura e di terribili auspici.”
“C’è bisogno che qualcuno lo rassicuri circa i suoi sogni, affinché ritrovi lo smalto che ormai lo ha abbandonato da mesi.”
Il veggente annuì silenziosamente, riflettendo sulle parole del ciambellano.
“Stiamo accettando?” chiese la ragazza rivolta al maestro.
“Sta a te la scelta, Emys.”
Un lieve scossone avvertì i passeggeri della fine del loro breve viaggio. Zobel non si mosse, attendendo che uno degli Erunt andasse ad aprire la portiera. Fu Emys a rompere il silenzio che si era venuto a creare.
“Sappiate che aiuto sempre volentieri quelli che sono tormentati dai propri sogni, anche se nel caso specifico non mi piace molto il modo in cui ci è stato gentilmente richiesto. Ma a parte ciò, dato che a questo punto abbiamo accettato,” disse lanciando un’occhiata al maestro “sappiate anche che al nobile Gahird verrà detto tutto ciò che deve essere detto”
Il sorriso di Zobel si incrinò per un attimo.
“Allora, per il vostro bene, spero che la tua predizione sia rassicurante.” Fece cenno con la testa verso una gabbia appesa ad un robusto palo, contenente i resti scheletrici di un uomo morto da diverso tempo. “Avete la fortuna di scendere non solo nei pressi della taverna che vi ospiterà questa notte, ma anche davanti a uno degli ultimi veggenti che non è stato in grado di aiutare il nobile Gahird, prospettandogli previsioni funeste che non stavano né in cielo né in terra.”
“Avete mai vagliato la possibilità che avesse detto il vero?” lo incalzò Emys.
“Sinceramente non mi riguarda” rispose Zobel, mentre si allontanava.

Il rischio che Eron aveva previsto poco prima si materializzò in tutta la sua concretezza. Ancora una volta i potenti non si dimostravano degni di ricevere l’aiuto di un veggente. Per di più questa volta era la sua giovane allieva a rischiare in prima persona.
“Emys, non voglio che tu metta a rischio la tua vita per assecondare i capricci di questi stolti. È meglio che lasci fare a me.”
“So cavarmela da sola” disse Emys con sdegno avviandosi verso la locanda, lasciandosi sfuggire un sorriso non appena ebbe voltato le spalle al maestro. Quando raggiunse l’ingresso, ricompose il suo volto in una posa solenne e si voltò di nuovo verso il maestro.
“Se il sonno di uno dei potenti di questa città è tormentato dagli incubi, sarà bene che gli venga detto cosa gli Dei vogliono fargli sapere”
“Spero tu abbia ragione” mormorò il maestro, incerto.
“Radyss ci proteggerà” concluse sicura.

«

  »

Write a comment