braccato
Il carceriere sollevò il pestio che bloccava la porta della cella ed entrò portando con se un secchio di legno colmo d’acqua.
Nodhes era accasciato, privo di sensi, sul fondo di una una cella umida e buia, le braccia levate in alto, sostenute da pesanti catene, assicurate ai suoi polsi da bracciali di ferro. Il suo corpo massiccio era popolato di lividi ed escoriazioni, frutto delle percosse e delle scudisciate dei brutali carcerieri.
Si risvegliò all’improvviso quando fu investito in pieno volto dalla gelida acqua di palude del secchio del carceriere.
“Sveglia barbaro! Ti vogliono parlare, hai visite” intimò il carceriere.
A breve fece ingresso nella cella un uomo vestito di una nobile tonaca ricca di decorazioni e gioielli. Sul petto sfoggiava un medaglione raffigurante una testa d’animale, gioiello elaborato e rappresentativo di qualche posizione importante e prestigiosa.
Il carceriere posò il secchio e afferrò un frustino facendolo schioccare vivacemente, come per mostrare a Nodhes la sua efficacia. “Bada di rispondere bene, e porta rispetto a chi hai di fronte” minacciò con un sibilo.
Nodhes si sollevò faticosamente in piedi limitandosi poi a squadrare l’uomo dall’alto in basso.
Il nobile invece osservava con curiosità la lama nera che penzolava dal polso di Nodhes.
“Davvero curioso il monile che porti al braccio forestiero. Vorresti di grazia soddisfare la mia curiosità su codesto artefatto?”
“Non posso credere”, rispose Nodhes con voce bassa e gutturale, “che tu abbia fatto tutta questa fatica per procurarti la lama nera senza sapere di cosa si trattasse. Cosa vuoi che ti dica più di quello che già sai?”
Il secondino alzò la mano che impugnava la frusta pronto a punire la sfrontatezza del prigioniero, ma il nobile lo fermò con il semplice gesto di un dito.
“Mi giunge veramente insperata fra le mani una tale arma e mi trovo, mio malgrado, nella condizione di non sapere da dove venga. Tuttavia, se tu pensi che io debba saperlo, di grazia rendimi partecipe del motivo per cui taluni, a cui sicuramente tu stai pensando, vanno cercando questo prezioso reperto.”
Nodhes pensò che la visita dell’uomo fosse una tortura forse persino peggiore delle fustigate.
“Tutto ciò che posso dire è che chiunque ti abbia spinto verso di me ti ha ingannato. Molti pensano di poter piegare al proprio volere il potere di questa spada, ma tutto ciò che essa è in grado di portare è la sciagura che si trova intorno ad essa.”
“Farebbe proprio al caso mio per farne dono a Gahird, non trovi?” domandò con un sorriso malizioso al carceriere.
“Sì signore” si limitò a rispondere la guardia ridacchiando.
“Solo se abiti ad almeno cento miglia da lui!” lo ammonì Nodhes, parlando quasi fra sé e sé.
“Hai reso chiaro il tuo punto di vista barbaro. Spero tu gradirai le nostre stanze che, seppure un po’ umidicce, hanno un che di confortevole” disse ironicamente il nobile, a mo di congedo.
“Ti avverto: questa lama consuma ciò che ha attorno e, quando ha concluso, spinge oltre il suo sguardo e continua la sua opera. L’unico modo per salvarsi dalla sua maledizione è trovare qualcuno che la porti lontana.”
Nodhes prese una breve pausa, assicurandosi che il suo interlocutore lo prendesse sul serio. Quindi riprese la parola, alzando la voce come farebbe un genitore per sgridare il figlio disobbediente. “Credi forse che questa catena sia fatta per impedire a gente come te di impadronirsene? Ti sbagli!” distolse lo sguardo prima di proseguire “È fatta per impedire a me di liberarmene”
L’uomo sbiancò in volto sentendo le parole di Nodhes e ritrasse la mano con cui stava saggiando la nera lama, come se la spada potesse animarsi e reciderla di sua spontanea volontà. Si asciugò la fronte imperlata di sudore con un fazzoletto estratto dalle larghe maniche della veste. Si voltò e abbandonò la cella, assorto fra tormentosi pensieri. Il carceriere lo seguì a ruota sigillando la porta con il pesante paletto e lasciando Nodhes alla sua solitudine.
Quando il corvo si riaffacciò alla finestra della cella, il carceriere stava portando da mangiare a Nodhes.
“Ti ho portato da mangiare” disse l’uomo con un sorriso maligno.
Senza slegargli i polsi gli avvicinò al volto la scodella contenente una densa poltiglia e gli rovesciò letteralmente il contenuto in bocca. Nodhes si rifiutò di mangiare lasciando che la zuppa gli scendesse sul collo e sul torace.
“Non hai fame?Vedrai che presto ti verrà, è solo questione di tempo” gli disse la guardia sogghignando.
Quando l’uomo se ne fu andato, Drunkhno ne approfittò per avvicinarsi a Nodhes. Osservò gli anelli che gli bloccavano i polsi, che non avevano serratura ma erano semplicemente tenuti chiusi da un grosso chiodo di ferro. Sarebbe bastato un chiodo più sottile e un colpo secco di martello per aprirli.
“Purtroppo tu non puoi aprirle amico mio, però puoi aiutarmi lo stesso. Portami l’uovo di uccello Stigeo che tengo sempre nella mia bisaccia”
Druhnkno inclinò la testa da un lato come per riflettere sulle parole del compagno quindi, senza dire una parola, con pochi poderosi battiti d’ala si spostò sulla grata che si apriva sulla porta della cella.
Il carceriere si accorse subito del grosso uccello nero che lo fissava con sguardo vitreo dalla cella del prigioniero, rischiando quasi di cadere dalla sedia su cui stava sonnecchiando.
“Cosa ci fai qui, bestiaccia?” chiese sorpreso.
“Cra” fu la semplice risposta dell’animale.
“Esatto caro mio, stasera mangerò stufato di corvo!” replicò compiaciuto l’uomo, interpretando a modo suo il verso del corvo. Afferrò un grosso bastone e si diresse con passo felpato verso il corvo, cercando di non farlo volare via.
Quando l’uomo fu vicino a sufficienza, Druhnkno gli fu addosso con un rapido balzo e gli sfregiò il volto con le sue zampe artigliate. Il carceriere urlò e prese a roteare il suo bastone a destra e a manca, accecato dal sangue che gli scendeva sugli occhi. Nell’impeto della lotta, inciampò sul secchio che lui stesso aveva lasciato per terra e cadde sul pavimento imprecando contro il corvo.
Druhnkno ne approfittò per individuare la bisaccia su uno scaffale posto dietro alla sedia del secondino. Quando la fece cadere dallo scaffale, una pietra lavica nera, ruvida e solcata da profonde striature del colore del fuoco, fuoriuscì dalla bisaccia rotolando sul pavimento.
Nel frattempo il secondino si era alzato in piedi tentando di asciugarsi il sangue che aveva sugli occhi con la manica della veste lercia.
“Maledetto uccellaccio! Me la pagherai cara…” disse recuperando da terra il suo bastone.
Il corvo afferrò saldamente la pietra con il suo rostro e penetrò come un fulmine nero tra le sbarre della porta, andando a depositare il bottino proprio ai piedi di Nodhes. Quindi restò in attesa, osservando il suo compagno con sguardo inespressivo.
“Sai già quello che devi fare, procedi pure amico mio”
Druhnkno, senza un attimo di esitazione, si alzò in volo di nuovo e, dopo una rapida manovra, si posò sulla spalla sinistra di Nodhes. Scrutò la pelle nuda del suo braccio come un predatore che osservi la sua preda prima dell’attacco, quindi sferrò un rapido colpo di becco penetrandogli la carne.
Si udì il tonfo della pesante sbarra che bloccava la porta della cella cadere a terra.
Nodhes strinse i denti, mentre un denso rivolo di sangue gli scivolava lungo il braccio fino al gomito, in cui poi si raccolse in una grossa goccia che cadde proprio sull’uovo di uccello stigeo che Drunkno aveva posato a terra. La pietra cambiò colore laddove si era bagnata della goccia di sangue, accendendosi come una brace che venga riattizzata dal soffio di un mastice.
Il secondino spalancò la porta. I suoi occhi incendiati dalla rabbia erano rubini incastonati in una maschera di sangue.
“Dove sei finito?” urlò l’uomo che effettivamente sembrava non vedere il corvo appollaiato nelle ombre sulla spalla di Nodhes.
Quando la terza goccia di sangue fu bevuta dalla pietra, Druhnkno la prese nuovamente nel suo becco e la posò su uno dei bracciali che bloccavano il polso di Nodhes. La pietra cominciò a squagliarsi e a crepitare, mentre un fumo vaporoso si levava dalla pesante catena. A Nodhes bastò uno strattone deciso per liberarsi dalla catena ormai ridotta ad un poltiglia fumante. L’altro polso però era ancora bloccato alla parete e l’effetto della pietra stava ormai scomparendo. Sotto lo sguardo esterrefatto del carceriere, Nodhes afferrò la catena con entrambe le mani e, puntando un piede contro la parete, tirò con tutte le sue forze ed uno degli anelli cedette alla tensione.
“Ma questa è stregoneria” esclamò incredulo il carceriere quando si ritrovò di fronte il prigioniero.
Nodhes si limitò a sbatterlo con violenza contro il muro, e ad uscire dalla cella richiudendolo al suo interno.
Si sistemò alla meno peggio la ferita che gli aveva inferto il suo corvo, recuperò la sua bisaccia e si avviò indisturbato verso l’uscita.
Uno dei prigionieri lo afferrò per un braccio sporgendosi attraverso le sbarre.
“Ehi amico, non vorrai lasciarmi qui a marcire…” disse con voce carica di determinata speranza.
Nodhes ci pensò su un attimo, osservando lo sguardo sfrontato del prigioniero. Quindi decise di liberare il criminale e, con lui, tutti i detenuti della prigione.
Quando giunse finalmente all’uscita, le due guardie che avrebbero dovuto custodirla e che avevano affrontato i prigionieri giacevano a terra trafitte dalle loro stesse daghe.
La confusione generata dall’evasione in massa dei detenuti della prigione era proprio ciò che serviva a Nodhes per potersi muovere indisturbato all’interno della città.
Per decidere il suo prossimo obiettivo si mise a passeggiare lungo i vicoli di Blivor, parlottando tra sé e sé a mezza voce. Nel divagare dei suoi pensieri, non poté fare a meno di passare al vaglio l’avvenente Klatchana che aveva tentato di sedurlo il giorno precedente.
“Non può essere stata Ardelmi… lei non conosce il mio effettivo valore. È più facile che in questa faccenda ci sia il viscido zampino di Loresh. Potrebbe avermi venduto ad uno dei Triumviri.”
Smise di parlare quando notò uno dei tanti ciarlatani appoggiato contro una parete che lo osservava mentre passava di fronte a lui. Affrettò il passo per evitare che gli proponesse qualcuno dei suoi articoli. Quando ebbe svoltato l’angolo riprese le sue riflessioni, questa volta dirette al suo corvo.
“Devo cercare un posto in cui Loresh non mi possa trovare.”
“Possiamo nasconderci dalla tua amica Klatchana”
“No, sarebbe inutile. I suoi occhi penetrano i muri muffiti di questa schifosa città: riuscirebbe a vedermi ovunque mi trovassi. Piuttosto dovremmo trovare un modo per occultare il suo sguardo.”
“Io credo che sarebbe più semplice andare da Loresh e farlo fuori” gli rispose seccamente il corvo.
“Ad ogni modo non possiamo far nulla finché non arriva la notte. Non credi che uno di questi ciarlatani possa fare al caso nostro?”
“Può darsi, basta che ne trovi uno che non pretenda di leggere nelle mie interiora.”
Nodhes guardò il corvo con un’espressione ricolma di gioia.
“Druhnkno, sei brillante, per essere un corvo! Come ho fatto a non pensarci prima? Ci affideremo al primo ciarlatano che sia in grado di vedere attraverso la tua maledizione.”
I due giunsero in Via dei Profeti che, per l’appunto, era gremita da ciarlatani che offrivano previsioni, amuleti e contro-fatture a buon prezzo. Ognuno stava su una scatola di legno, una sedia o un qualsivoglia piedistallo, sperando che tanto più alto fosse apparso e tante più persone si sarebbero fermate per usufruire dei suoi servigi.
Quando ormai avevano quasi perso le speranze che a Blivor potesse esserci un vero veggente, Nodhes notò una vecchia signora che scrutava il corvo che portava in spalla. La donna aveva una benda sdrucita che le copriva completamente gli occhi, cosa che rendeva ancora più sorprendente il suo interesse.
“C’è qualcosa che non va vecchia?” la apostrofò Nodhes severo.
“Il tuo corvo è un compagno pericoloso” disse indicando Druhnkno con un dito magro e consumato da una vita di duro lavoro.
“Sei la prima che abbia saputo scorgere ciò che gli occhi di questi ciarlatani non hanno visto nel mio corvo.”
“Per certe cose non c’è bisogno della vista.” sbuffò la vecchia sollevando la benda e rivelando il candore delle sue pupille. “Cosa posso fare per te forestiero?”
“Sto cercando di nascondermi dallo sguardo indiscreto di un nemico potente, uno stregone.”
“Gli uomini potenti sono uomini pericolosi, fai bene a volerti nascondere da lui. Hai qualcosa che gli sia appartenuto?”
“Purtroppo no, ma ti posso dire che la sua carne brucia quando sfiora le piume di questo corvo.”
“Cra!” rispose di rimando Druhnkno, come per confermare le parole di Nodhes.
“È già tanto che non bruci anche te…” bofonchiò la vecchia per poi scendere dallo sgabello di legno su cui se ne stava in piedi, rifiutando l’aiuto di Nodhes.
Frugò in una cesta di vimini mezza strappata piena di cianfrusaglie e ne trasse con entusiasmo un puntaspilli di pezza dalle fattezze umane. Rimosse i grossi spilli che lo trafiggevano, appuntandoseli con attenzione alla manica della tunica. Con un gesto talmente fulmineo da stupire perfino Nodhes, spiccò una penna dalla coda dell’uccello, il quale protestò rumorosamente. Ignorandolo, la donna infilò con precisione la penna nella testa del pupazzo di pezza.
“Sputa!” ordinò a Nodhes, porgendogli il puntaspilli. Nodhes prese la bambola fra le mani con circospezione e, dopo un attimo di esitazione, obbedì alla vecchia.
La donna nel frattempo si sfilò dalla cintura una ciotola di legno e scelse con cura delle erbette che teneva in un astuccio di stoffa. Adagiò le foglioline nella ciotola e le pestò energicamente finché non furono ridotte a poltiglia. Quindi vi versò l’acqua di una borraccia, la quale si tinse subito di un colore scuro come la pece. Prese il puntaspilli dalle mani di Nodhes e ve lo immerse, attendendo che assorbisse tutto il liquido nero. Estrasse dalla ciotola la bambolina ancora gocciolante e la infilò in un sacchetto di cuoio annodando saldamente l’estremità aperta e porgendolo infine a Nodhes.
“Quando sarà asciutto egli saprà di nuovo ritrovarti.”
Nodhes afferrò il sacchetto come fosse una preziosa reliquia e se lo legò alla cintura. Quindi estrasse dalla sua scarsella una moneta d’argento e la mise nella mano tesa della donna.
Altrove, nell’oscurità della sua dimora, Loresh scrutava con concentrazione ieratica nei tizzoni ardenti del suo braciere aspirandone avidamente i vapori con le narici. La tenue luce verdognola delle braci si rifletteva nei suoi occhi bramosi di potere.
D’un tratto il suo volto si adombrò. Scostò le braci nervosamente con un attizzatoio, invano.
“Dannazione!”
Comment from Galdor
Time: May 12, 2008, 11:33 am
Ho letto tutto il riassunto con attenzione: davvero intrigante!
Evidentemente mi sono perso una grande seduta..