la maledizione della torre dei cani
Kyra si rialzò dolorante dalla caduta dal camminamento della Torre dei Cani. Il respiro affannato e il volto madido di sudore che le appiccicava i capelli al volto dipingevano bene il suo stato di terrore; tutto intorno a lei si alzavano gli sguardi fiammeggianti di numerose guardie spettrali. Kyra cercò con lo sguardo la presenza di Ineran, ma il suo compagno sembrava inghiottito nelle fitte ombre.
“Ineran! Aiutami!” urlò la ragazza disperatamente.
“Kyra! Kyra!” rispose concitato il compagno, allarmato dalla sua voce terrorizzata. Finalmente il funambolo giunse nel buio cortile interno: istintivamente Ineran estrasse il suo coltellaccio e si diresse verso la voce.
Kyra intanto, spalle al muro, osservava le guardie stringerla sempre di più. Presa dal panico si apprestò a fare l’unica cosa che le fosse venuta in mente: passare di nuovo attraverso le guardie, sperando che fossero incorporee come lo erano state poc’anzi… ma, prima che potesse muoversi, un altro urlo di terrore e dolore si sollevò dalle sue labbra.
Finalmente sopraggiunse Ineran, guidato dalla fioca luce di una torcia che sembrava inghiottita dall’oscurità incombente. L’uomo vide solo Kyra a terra, urlante, coprirsi l’addome con le mani: intorno a lei non c’era nessuno. Gli spettri erano invisibili agli occhi del funambolo seppure lui riuscisse ad avvertire chiaramente la loro gelida presenza. Il volto di Kyra era pallido ed emaciato; la ragazza boccheggiò, respirando affannosamente ed Ineran vide l’orribile ferita che lei stava cercando disperatamente di tamponare con le mani. Poco sopra l’ombelico uno squarcio, come di lancia, stava sanguinando copiosamente.
“Portami via di qui…” disse flebilmente Kyra.
“Kyra! Resisti! Ora ti porto fuori!” rispose Ineran disperato, ma capì subito che la ragazza non poteva essere spostata.
Si udì distintamente il rumore di un secco raspare provenire dalla porta a pochi passi da loro. Ineran si voltò verso quella direzione, udendo subito dopo il guaire dei cani.
“Torald!” sussurrò quindi Ineran capendo che la sua ultima speranza stava proprio in quelle bacchette che aveva disdegnato poc’anzi, lasciandole poi sprezzante a Torald. Come ad udire quel richiamo Torald a sua volta cominciò a chiamare Ineran.
“Ineran! Sbrigati! Apri la porta” disse il compagno fuori dalla torre. Dai rumori che provenivano al di là delle mura era chiaro che i cani si erano fatti più aggressivi e che Torald li stava tenendo a bada con un bastone per non venire sbranato.
Ineran si gettò contro la porta urlando con quanto fiato aveva in gola al compagno.
“Usa le bacchette Torald, chiedi aiuto, abbiamo bisogno di aiuto!”
“No! Prima devi aprire la porta” fu l’inaspettata risposta di Torald.
“Dannazione!” imprecò disperato Ineran che si frugò addosso per cercare la chiave, si voltò quindi verso Kyra e la vide appoggiata al muro, gli occhi vitrei e le labbra esangui. Accorse quindi subito al suo fianco, incapace di decidere: se davvero avesse aperto quella porta i cani li avrebbero attaccati.
“Devi stare sveglia Kyra! Devi stare sveglia!”
“Ho freddo…” rispose con voce sempre più flebile.
Ineran estrasse dalla borsa la chiave della Torre. Non c’era molto da fare purtroppo: il funambolo arrivò di fronte al chiavistello e vi infilò la chiave, per un attimo sembrò non entrare, come se fosse troppo grande, come se un oscuro sortilegio fosse all’opera. La frustrazione prese il sopravvento su Ineran, che cominciò a prendere a pugni e calci la porta mentre da fuori Torald continuava ad urlare il nome del compagno tra i ringhi dei cani.
“Ineraaaan!” urlò ancora Torald: evidentemente anche lui stava avendo seri problemi a tenere a bada i mastini.
“Entra dannata chiave! Devi entrare! Te lo ordino!” disse Ineran con voce sempre più profonda. La chiave entrò a quelle parole e il chiavistello si aprì con un suono secco. L’intero portone ebbe un sussulto irreale, Ineran si appoggiò pesantemente ai battenti e con un discreto sforzo riuscì a spalancarli verso l’esterno.
Vide Torald ferito ed esausto che continuava a menare fendenti con un bastone ed una torcia per tenere lontani i cani. Rivoli di sangue gli scorrevano copiosi sulle braccia e sulle gambe. Inaspettatamente i cani interruppero il loro assalto a Torald.
Una voce risuonò nella testa di Ineran: <>
I cani si voltarono verso la porta e, improvvisamente docili e ammansiti, si diressero scodinzolando verso la mano del loro padrone e cominciarono a leccarla fedelmente. Il Padrone della Torre dei Cani sorrise malignamente dietro le fattezze del volto del funambolo. Ormai succube della maledizione della Torre dei Cani, Ineran non poteva che assistere alla scena. Nel suo corpo albergava ora uno spirito antico e maligno, che era stato segregato nella Torre da anni.
“I tuoi amici hanno infranto il sigillo! Bravi!” disse il Padrone alla volta di Torald che sembrava spaventato ma non sorpreso dallo svolgersi degli eventi. Ma prima che Torald potesse rispondere, il Padrone si voltò tornando all’interno della Torre e chinandosi verso Kyra.
Torald lo seguì con circospezione nella Torre per capire cosa stesse succedendo al suo interno.
“Ineran! Perché l’hai portata qui? Perché hai fatto entrare Kyra?” imprecò tra sé Torald inorridito dalla visione della sorella esanime a terra.
“Ma Signore!” disse infine con coraggio Torald “mi avevano promesso che la maledizione avrebbe colpito solo colui che avesse aperto la soglia! Kyra doveva essere salva!”.
“Non so con chi hai stipulato il tuo patto, mortale, ma come potrei io non prendere un corpo così bello?” disse invece di rimando il Padrone della Torre afferrando il mento di Kyra. La ragazza, ormai ad un passo dalla morte, d’un tratto spalancò gli occhi: due occhi maligni e brillanti. La forza rientrò nelle membra di Kyra che afferrò la mano del suo Signore.
“Mio Signore!” disse con fare regale la nuova donna che si ergeva in piedi accanto a colui che era stato Ineran, incurante della ferita che le trafiggeva l’addome.
“Siamo finalmente tornati!” affermò soddisfatto guardandosi attorno come se di fronte ai suoi occhi ci fosse ancora un castello e non dei vecchi ruderi.
“Nooo!” urlò disperato Torald mentre i cani che avevano seguito il loro padrone si voltarono verso di lui ringhiando; quelle orribili bestie sembravano persino più grandi e più malvagie ora.
“Sbranatelo!” ordinò secco il Padrone ai suoi cani che non stavano aspettando altro. Torald fece un paio di passi indietro, poi si voltò per fuggire ma i cani si gettarono al suo inseguimento e in un attimo lo sopraffecero. Dopo poco cessarono le urla di dolore di Torald e di lui non restò altro che una pozza di sangue e carne.
Un lampo accecante squarciò le tenebre della notte spaventando i cani, ormai satolli. Alcuni di loro rimasero a terra, fumiganti, altri fuggirono, altri ancora tornarono dal loro padrone con la coda fra le zampe. Subito dietro di loro Worach e Izin fecero il loro ingresso nel cortile della Torre.
“Ben fatto Signore” disse compiaciuto Izin al suo padrone con la sua assurda voce in falsetto.
Il Padrone della Torre scrutò a lungo Worach, la sua figura alta e dinoccolata.
“Sei tu che hai mandato qui questi disgraziati?” chiese infine il Padrone della Torre.
“Non ti è mai mancato l’intuito” rispose sprezzante Worach.
“Ti devo qualcosa dunque, mortale…” interloquì il Padrone, non avendo ancora compreso le reali intenzioni del nuovo arrivato.
“Ti sbagli, tu mi devi tutto! È passato molto tempo dal nostro ultimo incontro ed io non sono più mortale di quanto lo sia tu adesso”.
“Cosa sei dunque?” per la prima volta un’espressione di stupore e paura si dipinse sul volto del Padrone della Torre.
“Né morto, né vivo, ma i flussi del tempo si inchinano di fronte a colui che ha infranto entrambi i sigilli. Non ti ricorda qualcosa questa profezia?” concluse infine Worach.
Ma il Padrone non ebbe il tempo di dire altro: crollò in ginocchio mentre Worach con un gesto secco della mano ghermì il suo spirito. Uno degli anelli sulla mano di Worach ebbe un guizzo ed Ineran, finalmente libero, crollò a terra. La Signora osservò con sguardo gelido Worach, pronta anche lei ad incontrare il suo destino, ma Worach invece le indicò la porta del Castello.
“Entra!” le ordinò mentre Ineran riprendeva i sensi in tempo per vedere il demone sparire all’interno del castello.
“Devi ridarmela!” urlò Ineran gettandosi contro Worach ,afferrandolo per il bavero e cercando il suo sguardo nell’impenetrabile oscurità del suo cappuccio.
“Il rischio di questa impresa era nei patti sciocco e se ora vuoi che liberi quel corpo dovrai servirmi”.
Più che un patto era un ricatto ed Ineran, quella notte, si lasciò ricattare.