La Saga di Nodhes di Thraal

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ritorno al crocevia

24 June, 2008 (22:21) | la città dei veggenti

Seguendo a ritroso il passaggio segreto che li aveva condotti all’interno del palazzo di Nent il profumato, Emys, Eron ed Ineran si trovarono al sicuro in un vicoletto deserto, coperti dall’oscurità della notte; ma ormai le guardie erano state messe in allarme e tutta l’area fuori del castello era setacciata in lungo in largo. Nel silenzio della notte, udirono una voce provenire da poca distanza: “Ho sentito un rumore, da questa parte!”
Eron sospirò rassegnato, ben consapevole di non poter affrontare un’altra fuga rocambolesca.
“Voi andate avanti, li tratterrò io.” suggerì Ineran.
Emys fece per ribattere, quando i suoi occhi si posarono sull’uniforme da guardia di Gahird che Ineran indossava. Era strappata in più punti e incrostata di sangue, ma nella penombra in cui si trovavano avrebbe funzionato. La ragazza si congedò con un sorriso trascinando via il suo maestro mentre Ineran andava incontro alle guardie.

“Hai visto i fuggitivi?” chiese uno dei miliziani.
“No, erano solo mendicanti.”
“Dobbiamo trovarli prima che si allontanino.” La guardia indicò l’imboccatura di una via. “Tu vai di là, noi proseguiamo da questa parte”

“Li ho depistati, possiamo andarcene adesso” disse Ineran ai due compagni quando li ebbe ritrovati.
“Non possiamo ancora lasciare la città, dobbiamo tornare da Gahird” fu la fredda risposta di Emys. Ineran sbarrò gli occhi, perplesso alla decisione inaspettata della ragazza, ma prima che potesse replicare fu Eron ad intervenire.
“Emys, questa brutta faccenda non ti riguarda più, lascia che me la sbrighi da solo mentre voi vi mettete in salvo.”
“No maestro, questa storia riguarda tanto me quanto voi.”
Eron aveva il fiato corto, persino parlare gli richiedeva un considerevole sforzo “Abbiamo poche speranze di riuscire, non ha senso che tu sacrifichi la tua vita inutilmente.”
Emys deglutì per ricacciare un nodo alla gola. “Non sarà questa città a reclamare la nostra vita! Andiamo adesso.”
Ineran lasciò che i due compagni rientrassero nel luogo da cui erano appena fuggiti, rimanendo pazientemente ad attenderli nell’ombra.
I due veggenti entrarono nel palazzo con passo sicuro, poiché non avevano niente da nascondere.
Una guardia li fermò prontamente. “Chi siete?”
“Siamo il veggente e la visitatrice dei sogni che Gahird sta attendendo.”
La guardia allargò le braccia ad indicare il via vai di uomini che setacciavano il castello in cerca dei fuggitivi. “Adesso?!”
Emys affrontò il suo sguardo ostentando sicurezza. “Conosciamo la strada, ma è necessario che annunciate il nostro arrivo al triumviro. Non volete che Gahird ci attenda invano, vero?”

Dall’ingresso aperto degli appartamenti di Gahird si intravedevano numerosi uomini, tra cui un concitato Zobel, che si fiondò fuori dalla stanza non appena notò gli ospiti.
“Nei tre palazzi non si fa altro che parlare di complotti, vi sembra forse il momento di presentarvi per i vostri giochetti da veggenti?” ingiunse l’uomo furioso.
“Zobel! Lasciali entrare.” ordinò il triumviro alle sue spalle. Poi, rivolto alle guardie: “Uscite tutti quanti.”
“Avete bisogno di qualcosa?” chiese ai veggenti quando fu ristabilita la tranquillità.
“Serviteci di nuovo il tè speziato del nostro ultimo incontro”
“Sarà fatto” rispose secco Gahird. Così, mentre il tiumviro impartiva l’ordine ad un suo servitore, Emys aiutò il maestro a sedersi sui cuscini.
“Nobile Gahird” disse quindi Emys “avete riflettuto su chi possa avervi scagliato contro l’Incubo?”
“Te l’ho già detto, dev’essere stato uno degli altri triumviri!”
“Bene, allora ho bisogno che mi aiutiate. Dovete trovare un oggetto che vi è stato donato, un oggetto prezioso, che voi avete accettato deliberatamente.”
“Perché mai dovrei farlo?”
“Sono sicura che l’Incubo utilizzi un feticcio per raggiungere i vostri sogni. Un dono accettato è come una porta aperta nella vostra anima.”
Il triumviro si sedette alla sua scrivania riflettendo sulle parole della ragazza. Per un attimo rimase fermo: se fosse pensieroso perché mancava di fiducia nei confronti della veggente o se stesse cercando di riportare alla mente l’evento citato, questo Emys non poteva saperlo. D’un tratto però si mise a frugare sulla scrivania e aprì i cassetti chiusi a chiave, studiando gli innumerevoli oggetti che vi erano contenuti. Presto però la sua ricerca fu interrotta da un forte trambusto fuori dalla porta. Un ufficiale di Gahird entrò tutto trafelato: “Signore! Il nobile Nent chiede di incontrarvi, è scortato da tutta la sua guardia personale.”
“Per tutti gli Dei!” esclamò il triumviro, visibilmente preoccupato. “Non devono sapere che loro sono qui. Zobel! Falli uscire dal passaggio segreto.” Quindi raddrizzò le spalle e sollevò il mento, varcando la porta con passo regale e sicuro.
Zobel ruotò una statua sullo scaffale di una libreria, facendo scattare il meccanismo che permise al mobile di ruotare su un perno, aprendo un varco buio nella parete. “Da questa parte.”
Eron si alzò a fatica, incamminandosi verso il passaggio, ma Emys ancora esitava, assorta nei suoi pensieri: forse non avrebbero avuto occasione di rientrare nel palazzo, doveva assolutamente trovare il feticcio che faceva da tramite all’Incubo per questo mondo.
“Aspettate! Dobbiamo trovare quell’oggetto prima.”
Si diresse verso la scrivania di Gahird, sotto lo sguardo attonito di Zobel.
“Ti sembra questo il momento per derubare il triumviro ragazzina?”
Emys ricambiò la frecciata con uno sguardo sprezzante. “È necessario recuperare quell’oggetto, affinché i sogni di Gahird ritrovino la serenità che gli spetta.”
“Allora sbrigati.” si arrese infine Zobel, vagamente impressionato dalla sua tenacia.
Emys passò in rassegna i tesori contenuti nella scrivania, cercando di non affidarsi alla sola vista, come il suo maestro le aveva sempre insegnato, ma non sapeva cosa cercare, come distinguere il feticcio dal resto della paccottiglia.
“Emys, cerca l’oggetto macchiato dal tradimento” le consigliò Eron.
Subito i suoi occhi addestrati si posarono su uno scrigno, velato da striature purpuree invisibili alla vista delle persone comuni. Cercò di aprirlo ma era chiuso a chiave.
Si sentì tuonare una voce furibonda al di sopra del vociare generale, che i veggenti non conoscevano: “Devo averle subito! È per stasera!”
“Dobbiamo andare, non c’è più tempo!” esortò Zobel adesso visibilmente preoccupato.
“L’ho trovato!” lo rassicurò Emys, prendendo lo scrigno sotto un braccio e afferrando con l’altro il suo maestro.
“Perché ci aiuti Zobel?” chiese Eron mentre attraversavano il tunnel, guidati dalla flebile luce di una lampada a olio.
“Così ha ordinato il mio padrone.” rispose sibillino strappandosi poi dalle spalle il mantello fissato con la spilla del coccodrillo, l’effige del triumviro Tahgud.

Ineran camminava inquieto per i vicoli intorno al palazzo del Triumviro Gahird: aveva notato il trambusto che si era scatenato con l’arrivo di Nent ed immaginava bene che cosa quest’ultimo fosse andato a cercare… Finalmente libero dall’incantesimo di Torald, doveva essersi ricordato della guardia di Gahird che l’aveva visitato presso la sala delle ninfe poco prima.
Il furfante si era fatto nervoso e, sopratutto, non faceva più caso a quello che gli accadeva attorno. Non notò quindi la mano che l’afferrò all’inguine mentre l’altra gli tappava la bocca. Una figura massiccia lo sbatté senza tanti complimenti contro il muro.
“Non si abbassa mai la guardia Ineran, dovresti fare maggiore attenzione” disse Nodhes sorridendo maligno al compagno. Ineran tirò il fiato, visibilmente scosso ma sollevato.
“Sono contento che tu sia ancora qui” disse poi all’amico.
Il mercenario si scurì in volto. “Vi ho aspettato fin troppo a lungo nei vicoli di questa miserabile città.”
“Ho bisogno del tuo aiuto e di quello di Eron ed Emys per…”
Ineran fu interrotto da Nodhes: “Vuoi dire loro?” chiese sarcastico indicando tre figure che, proprio in quel momento, stavano uscendo da un vecchio magazzino a ridosso del castello.

Di nuovo all’aria aperta i tre furono investiti da un’improvvisa brezza gelida, decisamente inusuale per il clima di Blivor. Zobel forzò la fragile serratura dello scrigno con il suo pugnale e  vi scrutò dentro,  scoprendone quindi il contenuto, ma lo richiuse subito dopo, in modo da conservare per sé la scoperta. I suoi occhi si illuminarono per un attimo.
“Così è questo la causa degli incubi di Gahird… Devo affidarlo alla palude, l’oracolo saprà cosa farne.”
“No!” urlò Emys cercando di riprendersi lo scrigno, ma trovandosi il pugnale di Zobel puntato alla gola.
“L’oracolo dispensa profezie. È compito degli uomini portarle a termine” intervenne Eron.
Zobel indietreggiò di qualche passo, “Cosa volete saperne voi dell’Oracolo?” quindi si voltò, avviandosi verso la palude. Non fece però molti passi: ancora una volta Nodhes sbucò dall’ombra e lo immobilizzò in un attimo mentre Ineran gli strappava lo scrigno dalle mani per gettarlo ad Emys. La ragazza aprì finalmente lo scrigno: vi era dentro un monile di perle scure, troppo grande per essere un bracciale e troppo piccolo per essere portato al collo.
“Ora capisco…” si indignò Zobel “Voi avete rubato le bacchette di Nent per portare a termine l’incantesimo!”
“Di che parli?” chiese Eron, ma subito la sua attenzione tornò allo strano vento di poco prima, un vento che non era affatto cessato ma che, anzi, si era rinforzato. Eron alzò gli occhi al cielo e la sua allieva seguì il suo sguardo, stupendosi della visione: nuvole nere, che oscuravano il cielo stellato si avvolgevano in un vortice turbolento proprio al di sopra della palude.
“Speriamo almeno di aver trovato la vera fonte del potere dell’Incubo” pensò Emys sollevando il coperchio dello scrigno per osservare il monile. Proprio in quel momento Eron, di fianco a lei, ebbe una fitta di dolore. Emys richiuse lo scrigno, per soccorrere il suo maestro, e subito il dolore cessò.
“Zobel, non vorrai davvero credere che ci siamo noi dietro a questo sortilegio?” chiese Eron, quando si fu ripreso.
“Certo che no, questa deve essere senz’altro opera dello stregone più potente di Blivor” rispose l’uomo.
“Ti riferisci a Loresh?” lo interrogò Ineran.
Zobel esplose in una risata di scherno “Loresh non è che un ciarlatano in confronto al potere di Nent”

“Basta, andiamocene!” sbuffò infine Nodhes “Ardelmi ci sta attendendo per fuggire da Blivor.” Ineran e Drunkhno erano già pronti a seguire il mercenario ma Emys non sembrava altrettanto propensa ad abbandonare il popolo di Blivor all’oscuro sortilegio che era in atto.
“Non sappiamo cosa ci sia dietro a questa stregoneria ma, nello stato in cui sono, non sono certo in grado di fronteggiare uno stregone che sia persino più potente di Loresh.” disse infine Eron uscendo dai suoi pensieri.
“Abbiamo le bacchette, se Nent le vuole vuol dire che non potrà portare a termine l’incantesimo” aggiunse Ineran, diretto soprattutto ad Emys.
O forse le bacchette servono soltanto ad avere il controllo di quanto sta per accadere…” pensò Eron tra sé e sé.
La ragazza si infilò una mano in tasca, trovando la superficie liscia e fredda della bacchetta. “Possibile che le nostre sorti dipendano da un oggetto così insignificante?” Quindi posò lo sguardo sul maestro di fianco a lei che si stringeva la veste sul petto, respirando affannosamente.
“E va bene! Lasciamoci alle spalle questa orribile città.”

Raggiunsero l’abitazione di Ardelmi, trovando la donna già pronta ad attenderli. Il suo volto era pieno di gioia quando si gettò su Nodhes per abbracciarlo.
“Seguitemi, conosco una via sicura.”
Mentre si incamminavano però Emys si voltò un’ultima volta ad osservare la palude: alcune suggestioni aleggiavano nel vento all’indirizzo della ragazza. D’un tratto il suo sguardo si fece vitreo, perso nelle dense nebbie dell’acquitrino. Mille voci popolavano la sua mente all’unisono: “È ora, è ora!
Il suo sguardo si spinse fin sotto il pelo dell’acqua, dove intere schiere di fantasmi la chiamavano a gran voce.
“La palude… ci sta chiamando… mi sta chiamando…” sussurrò la ragazza come ipnotizzata da una forza che la stava trascinando irresistibilmente verso la palude al centro della città.
Ineran la trattenne, impedendole di allontanarsi, ma subito il suo corpo gli si afflosciò tra le braccia, privo di vita. Un vapore evanescente dalle sembianze umane si era staccato dal corpo di Emys e fluttuò lentamente verso la palude sotto lo sguardo attonito dell’uomo.
Eron lo superò faticosamente bloccandogli la strada ed imponendo un suo amuleto caccia spiriti. “Non può essere già giunto il suo momento, mi rifiuto di crederci!
Lo spirito rallentò fino a fermarsi, bloccato dalla presenza dell’amuleto. I suoi occhi vuoti, completamente immersi nella visione della palude, non sembravano notare l’uomo che gli aveva bloccato la via. Il veggente si concentrò per far si che la sua voce fosse udibile dallo spirito.
“Non devi andare Emys. Sono i morti che ti chiamano a loro.”
Lo spirito ebbe un sussulto, riuscendo finalmente a focalizzare la persona che aveva di fronte. Le sue labbra si piegarono in un sorriso amaro e delle parole fluirono nella mente di Eron senza che alcun suono giungesse alle sue orecchie.
Ma io sono già morta…
Eron spostò lo sguardo sul corpo inerme di Emys, che i suoi compagni stavano tentando invano di rianimare.
“No! Non è vero!” urlò il veggente disperato. “Portate qui il suo corpo!”
Lo spirito cominciò a spazientirsi, cercando di penetrare attraverso la barriera che il veggente aveva creato grazie agli amuleti.
“Posatelo ai miei piedi.” ordinò Eron ai compagni. “E datemi una lama”
Ineran scambiò un’occhiata preoccupata con Nodhes, quindi porse il suo coltellaccio al veggente.

Proprio in quel momento, un fulmine di proporzioni spaventose si scagliò dall’alto del cielo al centro della palude. Una lieve scossa fece vibrare la terra sotto i loro i piedi, mentre l’acqua della palude cominciò a gorgogliare. Una torre di pietra viscida e nera come la pece, emerse dalle acque, sovrastando le basse case che si frapponevano tra loro e la palude. Tutto intorno ad essa si estendeva un borgo antico e cadente, gocciolante di acqua. Le imponenti mura della città emersa si incastonarono perfettamente sulla battigia della palude travolgendo i pontili in un infrangersi di legna e schizzi d’acqua.

Ineran fece un passo indietro sgomento, sussurrando: “Il Crocevia…”
Dagli edifici appena emersi, cominciarono a fuoriuscire a centinaia, i fantasmi della città maledetta, riversandosi per le strade di Blivor. I cittadini dormienti, svegliati dal fracasso improvviso, cercarono di fuggire fuori dalla città, ma ovunque venivano colti dagli spiriti malvagi del Crocevia, che li ghermivano con le loro braccia spettrali e gli risucchiavano l’anima, impossessandosi poi dei loro corpi.
Ardelmi, impaurita, strattonò la mano di Nodhes. “Dobbiamo andarcene!”
“Nodehs, devi aiutarmi” implorò Ineran al compagno “quello è il rifugio di Worach il Necromante e se davvero tu e la tua spada portate morte e distruzione ovunque allora ti chiedo di scatenare la vostra furia su quel luogo!”
Il mercenario fissò gravemente il furfante e rimase in silenzio per un attimo a riflettere, poi scosse la testa “Non ti seguirò in questa follia. Niente e nessuno potrà mai ridarti Kyra, avresti dovuto rassegnarti… e se avessi capito prima quali erano le tue intenzioni non ti avrei mai permesso di seguirmi.”
Le parole di Nodhes piombarono su Ineran come uno schiaffo, per un attimo sembrò che gli fosse crollato il mondo addosso, poi si riprese. Guardò Nodhes e il suo corvo. Druhnkno lo osservava senza gracchiare: non aveva nulla da aggiungere, per quanto lo riguardava avrebbe seguito il suo padrone.
“Benissimo! Allora le nostre strade si separano qui” concluse gelido voltandogli le spalle: quella notte si era rotto un sodalizio.

Eron non si voltò neanche per un attimo per osservare il terribile spettacolo che si svolgeva alle sue spalle. La sua attenzione era tutta rivolta al corpo cadaverico di Emys, alle labbra esangui, agli occhi vitrei sbarrati in un’espressione di dolore. Levò le braccia proprio sopra lo spirito di Emys e si incise un taglio profondo nel palmo della mano sinistra. Il sangue attraversò lo spirito e gocciolò fin sul corpo senza vita della ragazza. Mentre Eron pronunciava un’antica litania, lo spirito cominciò a scuotersi cercando di sfuggire al controllo del veggente.
Ineran sembrava impaziente, osservava con ansia il rituale di Eron, attendendo che si concludesse. Quando il veggente interruppe la litania, alcuni minuti dopo, lo spirito stava già rientrando nel suo corpo, pur continuando a dimenarsi furiosamente.
“Eron, avrò bisogno del tuo aiuto nella Torre di Worach.”
Worach. Quel nome risuonò come una campana incrinata nella testa di Eron. Innumerevoli ricordi riemersero all’improvviso dai meandri della sua memoria. Quando abbandonò il suo vecchio maestro Thundir, sapeva che un giorno avrebbe udito di nuovo quel nome, ma era passato così tanto tempo da allora! Lottò con tutte le sue forze per non crollare al nuovo sforzo che gli veniva imposto, mentre il sangue continuava a sgocciolare dal palmo della sua mano.
“Cosa sai tu di Worach?” chiese con un sibilo senza sollevare i suoi occhi mortalmente stanchi, segnati da profonde occhiaie scure, che risaltavano sul pallore della sua pelle.
“Loresh mi ha rivelato più di quanto lui stesso non sospettasse ed ora conosco il tuo passato quanto basta per sapere che mi aiuterai.”
Quando l’anima di Emys fu di nuovo imprigionata, il suo corpo riacquistò colore e riprese a respirare. Il volto macchiato dal sangue del maestro riprese vita e i suoi occhi tornarono finalmente a mettere a fuoco i compagni. Eron, esausto, si inginocchiò a fianco a lei e si legò frettolosamente una benda alla mano ferita, ricavata da un lembo strappato della sua veste. Quindi assicurò con una cordicella gli amuleti scaccia-spiriti tutto intorno al corpo di Emys, per impedire che la sua anima lo abbandonasse di nuovo.
“Che intenzioni hai dunque?” chiese ad Ineran mentre ancora accudiva la sua allieva.
“Voglio entrare nel Crocevia con te ed affrontare Worach. Quello che un tempo era il tuo maestro adesso è il demone che vive in quella torre.”
“E così alla fine è riuscito ad evocarlo rimanendone vittima egli stesso, proprio come avevo previsto.” Eron fece una lunga pausa per riflettere sulla gravità della situazione. “Cosa ti spinge ad affrontarlo?”
“Lui tiene in scacco l’anima della donna che ancora amo.”
“Molte delle tue azioni non sono state limpide Ineran: ci hai usati, ci hai derubati” disse Eron riferendosi al bracciale della sua allieva “non è facile fidarsi di te ora in una situazione simile”.
Ineran si chinò sulle ginocchia e strappò dal collo di Emys la bacchetta magica. Quindi parlò ad Eron guardandolo direttamente negli occhi.
“Ma vi ho anche salvato la vita e dei torti che vi ho fatto… è difficile renderti conto ora” Una goccia di sudore freddo gli scese dalla tempia lungo la guancia malrasata.
“Ancora questa storia del debito! Non ti abbiamo forse appena tratto in salvo dalla piscina delle ninfe?” replicò Eron freddo.
Ineran si sollevò di nuovo in piedi “Non posso convincere Nodhes ad aiutarmi, non posso neanche obbligare te a farlo, ma questo è il mio destino e non me ne andrò finché non sarà compiuto.”

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