doppia identità
Le strade della città erano invase da spettri evanescenti che sciamavano da una casa all’altra facendo fuggire a gambe levate i flaccidi blivoriani ancora in camicia da notte. Orde di corpi in putrefazione animate dalle arti necromantiche di Worach bloccavano i cittadini in fuga, incolonnandoli in lunghe file che confluivano al cuore del Crocevia.
Altrove un drappello di guardie affrontava eroicamente un gruppetto di non morti, ma nei loro fendenti c’era solo la disperazione di chi sa di andare incontro alla morte, alla peggiore delle morti. Le loro spade recidevano arti e teste di zombie senza riuscire ad impedire ai loro immondi corpi di continuare a muoversi. Per non parlare degli spettri, che si avventavano sulle guardie senza neanche accorgersi delle spade che attraversavano i loro corpi inconsistenti.
Nodhes osservava la scena sconfortato stringendo nel pugno l’elsa della spada maledetta, ancora infoderata.
“Se solo me ne fossi andato prima, forse tutto questo non sarebbe successo…”
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Eron continuava ad osservare Emys, chiedendosi quanto a lungo sarebbero durati i talismani che le aveva legato in torno al collo, ai polsi e alle caviglie.
Il veggente si strinse la veste al petto laddove l’orribile piaga nera gli gelava il cuore e gli toglieva il respiro. Gli girava la testa per il sangue che avevo perso nel rituale per salvare Emys e si sentiva terribilmente stanco. Nodhes se ne era andato per fuggire con la bella klatchana e Ineran attendeva invano il momento in cui avrebbe riavuto la sua Kyra.
Si rivolse proprio a lui, cercando di farlo ragionare.
“Non possiamo fare granché in queste condizioni.”
“Non sarò certo io a trattenerti, vecchio. Vattene e porta in salvo Emys.” gli rispose Ineran sprezzante.
Eron si inginocchiò e scostò dalla fronte di Emys una ciocca di capelli che le copriva gli occhi.
“Se almeno tornasse in se… Forse potrei fare un ultimo tentativo.”
Eron prese dalla casacca una candela e cominciò a sfregarla con le mani per ammorbidirla. Ne staccò un pezzo e lo modellò per poterlo usare come tappo per le orecchie di Emys.
“Smettila Eron! Non hai capito che i tuoi trucchetti sono inutili?” sbottò il furfante. Quindi si chinò e raccolse il corpo di Emys, prendendola in braccio.
“Che stai facendo?” gli urlò contro Eron, ma Ineran non gli rispose, limitandosi a lanciargli un’occhiata carica d’odio.
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“È come una sorella per me! Ti prego, dobbiamo prendere anche lei.” supplicò Ardhelmi, attaccandosi al possente braccio di Nodhes.
“E va bene, ma sbrighiamoci!”
I due scivolarono nelle viuzze di Blivor evitando le strade principali da cui si udivano distintamente le urla di terrore dei cittadini e il clangore delle spade delle guardie che tentavano invano di difenderli, finché non giunsero in un quartiere che a Nodhes pareva avere un’aria familiare.
Ardhelmi prì una tendina con trafelazione, invitando Nodhes ad entrare.
“Va tu, vi aspetto fuori.” le disse voltandole le spalle per controllare la strada.
Ardhelmi uscì insieme ad una vecchia che Nodhes riconobbe subito.
“Allora è lui!” disse una donna anziana alle spalle di Nodhes, il quale si voltò trovandosi di fronte ad Ardhelmi, ad una giovane blivoriana e alla vecchia che gli aveva venduto l’amuleto. “
“L’uomo del corvo… Dunque non sei fuggito.” aggiunse la donna.
“Non ancora vecchia, ma lo farò presto.”
Il mercenario si soprese udendo il tono della sua stessa voce, meno autoritario di quanto avrebbe voluto. Quella donna gli causava un senso di inquietudine e anche lei sembrava agitata dalla sua presenza. Durante il tragitto gli gettava un’occhiata di tanto per poi scuotere la testa scambiando due parole con Ardhelmi.
Quando furono in prossimità del portale che conduceva fuori dalla città, la vecchia Tundara prese Nodhes per un braccio con fermezza.
“Tu non puoi venire con noi. Lui riesce a vederti, il mio talismano non ha effetto.”
Nodhes trasalì, ma poi si ricompose.
“Ne parleremo quando saremo fuori da Blivor.”
“No, se ti seguiamo tu ci porterai solo sciagura!” lo incalzò la vecchia.
“Tundara, smettila!” supplicò Ardhelmi.
“È un po’ tardi per preoccuparsi di questo.” Sbottò il mercenario spazientito, quindi prese in spalla la donna e la portò di peso verso la porta.
“Lasciami, lasciami!” urlava la donna disperata, picchiando i suoi pugni sulla schiena muscolosa del mercenario.
“Se ti decidi a spiegarmi cosa intendi dire ti lascio andare, altrimenti procediamo così.”
“E va bene, ti spiegherò. Ma mettimi giù!”
Nodhes posò dolcemente a terra la vecchia, che subito si raddrizzò e si riaggiustò il vestito. Quindi gli prese di forza l’astuccio di cuoio legato alla cintura.
“Questo!” disse sventolandogli il feticcio che gli aveva venduto davanti al volto. “Me l’avevi fatto fare contro un mago che ti spiava da questo mondo. Ma non è da questo mondo che ti stanno spiando, bensì dal mondo di mezzo, dal mondo dei morti. E ora chiunque ti stesse cercando ti ha trovato.” la donna indicò con un dito la torre del Crocevia, che incombeva nera e minacciosa sulla città.
Quando la donna si fu sfogata le idee gli si ricomposero nella mente e il suo volto divenne freddo e severo.
“Quel demonio non se ne andrà finché non avrà ciò che vuole.”
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Le nubi che le offuscavano la vista si dissolsero all’improvviso. Molti dettagli di ciò che aveva intorno le si palesarono con icredibile chiarezza, eppure sembrava tuttò così strano, così diverso. Le persone, gli oggetti, gli eventi non avevano più senso. Al di sopra di tutto invece udiva fortissimo il richiamo della Cittadella. Ma qualcosa le impediva di andare, legandola alle sue spoglie mortali: degli amuleti intorno ai polsi la stringevano come serpenti dalle scaglie ruvide e roventi. Nalhik non riusciva a mettere a fuoco l’uomo che l’aveva resa prigioniera, ma riusciva a distinguere chiaramente la propaggine che gli fuoriusciva dal petto e che si perdeva nel vuoto. Non ne vedeva la fine ma sapeva bene che apparteneva al demone onirico che lo stava divorando dall’interno.
“Vieni Nalhik, ti sto aspettando.” continuava a ripeterle il suo padrone, quasi spazientito.
Avrebbe voluto correre da lui, ma non riusciva a muoversi. Un altro uomo, più giovane del veggente, trasportava le sue spoglie mortali, tenendola tra le braccia. Nalhik capì che non aveva senso continuare a divincolarsi inutilmente, quindi si calmò, attendendo il momento più adatto per liberarsi.
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Il corpo di Emys era freddo e leggero come un guscio vuoto. Gli occhi vitrei e sbarrati erano incorniciati da un volto pallido disegnato da un espressione di orrore e macchiato dalle gocce di sangue rappreso del suo maestro.
Ineran la strinse forte a se, cercando di infonderle calore.
“Devo trovare Nodhes prima che se ne vada. Lui deve portarla via.”
Il corpo della ragazza fu scosso da un altro violento sussulto che per poco non fece perdere la presa ad Ineran.
“Gli amuleti non reggeranno ancora per molto…” pensò Eron mentre arrancava dietro di loro sorreggendosi al suo bastone.
Un corvo sfrecciò sulle loro teste, mettendosi a volteggiare a poca distanza.
“È Drunkhno!” esclamò il furfante, colmo di gioia. Affidò frettolosamente il corpo di Emys al suo maestro, facendolo cadere bocconi. Quindi estrasse il suo arco e scoccò una freccia che sibilò proprio accanto al corvo facendolo gracchiare. Un sardonico sorriso di compiacimento si affacciò sulle labbra del furfante. Drunkhno, con una rapida virata, sfrecciò in mezzo alle squallide catapecchie che costeggiavano la stretta via di Blivor e si posò sul davanzale di una finestra.
“Sei forse impazzito?!” gracchiò mentre allargava le ali per sembrare più grosso.
“Sono riuscito ad attirare la tua attenzione? Dov’è il tuo padrone?”
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Nodhes sfoderò la spada aspettandosi la sensazione di inebriamento che lo avvolgeva ogni volta che si accingeva ad affrontare una battaglia, ma stavolta non successe niente. Il mercenario contemplò la nera lama della sua arma, saldamente legata al polso da una catena di ferro.
“Tu vuoi sangue fresco non è vero?” sussurrò Nodhes con un ghigno rivolto alla sua spada. “Ma stavolta ti dovrai accontentare di infilzare un po’ di morti…”
Dietro di sé i soldati di Blivor stavano evacuando alcuni fuggitivi richiudendo le imponenti porte della città alle loro spalle. Per la terza volta nella sua storia, Blivor fu distrutta da un pericolo che veniva dall’interno delle sue mura.
Nodhes si voltò verso le tre donne che lo seguivano fiduciose.
“Dovete andare adesso, prima che chiudano le porte. Io vi raggiungerò.”
Un sorriso di compiacimento di dipinse sul volto rugoso della vecchia fattucchiera. Ardhelimi invece gli si gettò ai piedi, in lacrime, cingendogli la vita con le braccia.
“Ti prego! Vieni con noi.”
L’uomo la guardò nei suoi bellissimi occhi, due oceani di tristezza, e le carezzò il viso asciugandole una lacrima che le rigava una guancia rosea e vellutata. Il suo cuore si strusse come neve al sole ma il suo volto rimase duro e impassibile.
“Verrò, te lo prometto.” le sussurrò dolcemente. “Ma adesso devo distrarre quei mostri per permettervi di fuggire.”
“Io non ti lascio!” sentenziò la donna stringendo più forte le braccia e poggiandogli una guancia sul ventre.
Nodhes si liberò dalla presa con decisione, avendo cura di non ferirla con la spada che ancora impugnava.
“Non temere per me, io me la caverò. Pensa a trarre in salvo le tue amiche piuttosto.”
Detto questo si voltò e con un calcio fece schizzare via i fermi ad un carretto di legno, che iniziò una folle corsa nella ripida stradina in cui si trovavano, travolgendo un paio di zombie nel suo tragitto e schiacciandone un altro sul muro in cui si infranse in un esplosione di schegge.
Mentre la fattucchiera e la giovane blivoriana portavano via Ardhelmi, Nodhes si gettò sugli zombie che infestavano la strada, attirati dal frastuono del carretto.
Ineran vide sfrecciare l’amico proprio nell’imboccatura della strada che aveva di fronte a se, con la spada sguainata, il volto serio e lucido, come raramente gli aveva visto quando combatteva. Gli corse dietro, in silenzio, deciso a coprirgli le spalle con il suo arco.
Eron, rimasto solo con Emys, prese a canticchiare un’antica litania che placava gli spiriti inquieti, sperando di riuscire a trattenere ancora un po’ l’anima dell’allieva nel suo corpo.
Quasi come avesse avuto l’effetto contrario, il corpo di Emys iniziò a scuotersi violentemente, fino a che, dopo un ultimo terribile spasmo, il suo corpo si irrigidì definitivamente.
“Emys!” urlò il veggente sgomento, per poi passarle una mano sotto la nuca gelida per sollevarle la testa. “Resisti Emys, ti porteremo…”
Le parole gli morirono prima uscirgli dalla bocca perché una piccola ma fortissima mano gli strinse la gola. Era la mano di Emys che si era mossa, rapida come un serpente, senza che il suo volto esanime cambiasse minimamente espressione.
Eron tentò invano di liberarsi dalla presa granitica che trascinava il suo volto sempre più vicino a quello di Emys. Quando i due volti non furono che a un passo di distanza, Emys si voltò finalmente verso Eron fissandolo con i suoi occhi vuoti e spalancò la bocca da cui fuoriuscì un denso vapore bianco.
Ineran notò all’improvviso che Eron stava sbracciando furiosamente riverso sul corpo di Emys e accorse per capire cosa stesse succedendo.
Il veggente tentò di allontanare il volto indemoniato della sua allieva imponendo le sue esili mani finché, senza neanche rendersene conto, si aggrappò all’amuleto che le aveva legato intorno al collo strappandolo via.
Mentre le pietre dell’amuleto evaporavano come gocce d’acqua cadute su una piastra rovente, Emys acquistò un nuovo vigore, sbalzando via il vecchio veggente e facendolo finire addosso a Ineran.
La ragazza si alzò, come sollevata da un invisibile forza e sfilò accanto ai due compagni senza neanche guardarli, incamminandosi verso il Crocevia.
Al suo passaggio gli spettri e gli zombie si inchinavano, grottescamente ma con riverenza. Un cavaliere spettrale, vedendola, smontò dalla sua cavalcatura scheletrica.
“Prendete questo destriero, mia Signora.”
Eron, accovacciato a terra, piagnucolava come un bambino:
“Tutti i miei sforzi sono stati vani. Non sono riuscito a proteggerla.”
Anche Ineran era sconvolto da quanto era successo. Doveva andare al più presto al Crocevia e risolvere la faccenda una volta per tutte. Ma come poteva affrontare Worach da solo? Aveva bisogno dell’aiuto di Nodhes o di Eron, ma il primo era determinato ad andarsene dalla città e il secondo riusciva a malapena a tenersi in piedi. Doveva fare qualcosa per Eron, subito. Lo prese per un braccio e lo fece alzare in piedi.
“Andiamo Eron, non è il momento di piangersi addosso.”
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La mano scheletrica del necromante accarezzò dall’alto della sua torre l’intera città, mentre il pozzo di oscurità del suo cappuccio fu illuminato dal bagliore di un ghigno malefico.
Nella penombra della sala, tre uomini furono gettati sui terribili mosaici che decoravano il pavimento.
Il necromante puntò il lungo braccio verso le tre figure tremanti inginocchiate di fronte a lui mentre la sua voce attraversò la stanza come un tuono, echeggiando da parete a parete:
“Datemeli, ora!”
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La porta della casa di Loresh era aperta e non vi era traccia né di lui, né del suo servitore muto. Trovarono il laboratorio nel seminterrato esattamente come lo avevano lasciato l’ultima volta. Il coccodrillo imbalsamato, gli innumerevoli feticci, le ampolle e i barattoli erano tutti al loro posto. Vi era persino ancora disordine laddove Loresh aveva combattuto contro Drunkhno.
Eron si accasciò su uno sgabello, sfinito, respirando affannosamente, mentre Ineran iniziò a rovistare fra le innumerevoli ampolle che affollavano il laboratorio.
“Ci dovrà pur essere qualcosa che lo rimetta in sesto.”
All’improvviso Eron si sentì il petto chiuso in una morsa gelida che gli tolse il respiro facendolo stramazzare a terra. Ineran lo raggiunse rapidamente slacciandogli la casacca sul torace per farlo respirare meglio. Per poco non sobbalzò per la visione: la macchia nera si era estesa quasi a tutto il petto e la pelle si era corrugata orribilmente pulsando e contraendosi come fosse dotata di vita propria.
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Gahird il Profumato, lo stregone più potente di Blivor, fu l’unico ad avere il coraggio di sollevare il volto da terra. Senza alzarsi completamente, si trascinò sulle ginocchia verso Worach, la cui figura esile e ricurva sembrava stagliarsi fino al soffitto confondendosi nella penombra dell’enorme sala.
“Mio Signore, io ti ho aiutato nella tua venuta.” piagnucolò il triumviro giungendo le mani.
“Quindi esigi una ricompensa?”
La voce profonda di Worach attraversò le vene di Gahird come un fiume in piena. Il Necromante allargò le lunghe braccia nascondendo con il suo mantello Gahird alla vista degli altri triumviri.
“Allora la avrai!”
Un urlo agghiacciante echeggiò nella volta oscura e, quando Worach scostò il suo mantello, di Gahird non era rimasta che una carcassa fumigante. Il necromante si chinò sul suo corpo disseccato staccandogli dal collo l’amuleto con l’effige della rana.
“Non ve lo chiederò un’altra volta!”
I due Triumviri sopravvissuti si sfilarono gli amuleti del coccodrillo e della tartaruga e li porsero al necromante tendendo le mani tremanti senza osare alzare gli occhi su di lui.
Proprio in quel momento si spalancò un portale su una parete della stanza. Una figura femminile, bellissima ed eterea, si stagliò nella luce lattiginosa che filtrava dal corridoio.
Nent il superstizioso notò con la coda dell’occhio la ragazza che incedeva quasi senza toccare il pavimento accanto a lui e riconobbe la giovane apprendista del veggente che, pochi giorni prima, era entrata nei suoi sogni. Un brivido lo attraversò dalla base della nuca lungo tutta la schiena, solo gli Dei potevano sapere cosa gli aveva fatto.
“Nalhik, mia diletta!” esclamò Worach con un tono di voce orrendamente dolce, porgendole una mano scheletrica.
La ragazza, con un’espressione di gioia profonda disegnata sul volto, si inginocchiò ai sui piedi e gli baciò la mano, stringendola come una sacra reliquia, in preda ad un’estasi mistica.
Un bagliore azzurrino si stagliò laddove doveva essere la bocca del necromante.
“Vedo che hai deciso di mantenere le tue spoglie mortali.”
La giovane donna abbassò lo sguardo imbarazzata.
“Mio malgrado, mio Signore. Lo stregone rinnegato mi ha costretta a questo corpo con un sortilegio.”
All’improvviso sembrò che tutte le luci venissero soffocate, come se fossero risucchiate dalle profondità della veste del necromante, che per un attimo si scosse, agitata da un vento invisibile e dal cui cappuccio si intravedeva solo un oscurità eterna e senza fondo.
“Ho un nuovo compito da affidarti: vai alla Torre di Loresh e portami ciò che ha di mio.”
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Il veggente si riaggiustò la casacca, mentre il furfante lo aiutava a rialzarsi.
“Non possiamo fare niente per questo…” stava dicendo, quando un riflesso di luce attirò la sua attenzione. Si trascinò a fatica verso uno scaffale su cui era adagiato un cristallo grezzo con una punta affilata, che gli fece ricordare un rituale che conosceva. Se fosse riuscito a intrappolarvi la metà della sua anima in contatto con il mondo dei sogni avrebbe potuto liberarsi del demone onirico che gli stava distruggendo l’esistenza. Era un grosso rischio, perché avrebbe dovuto chiedere a qualcuno di infilargli il cristallo proprio in mezzo al cuore e se il cristallo si fosse rotto, la sua anima si sarebbe staccata completamente dal corpo, costretta a vagare per l’eternità nel mondo degli spiriti.
Aveva sperato che Emys potesse camminare di nuovo nel sogno del triumviro Nent per sconfiggere il demone. Ma ormai Nent era probabilmente già prigioniero di Worach e Emys… chissà quale orrendo destino la attendeva. Doveva agire subito.
“Ineran, ho trovato quello che stavamo cercando, ma ho bisogno del tuo aiuto.”
Il furfante osservò perplesso il cristallo appuntito che Eron gli stava porgendo.
“Devi piantarmelo in mezzo al cuore.”
Ineran strabuzzò gli occhi incredulo.
“Stai scherzando vero?”
Eron non rispose, gli occhi fissi sulle tromba delle scale, senza sapere se essere felice o terrorizzato da quello che aveva appena visto. Emys si trovava proprio lì, davanti a lui, ma era diversa: sembrava più grande e più bella, i capelli folti e ondulati le incorniciavano il volto marmoreo. I suoi occhi, due cristalli di ghiaccio che baluginavano di un antico e terribile potere, vagavano febbrilmente per la stanza, in cerca di qualcosa, senza neanche notare gli uomini che la fissavano esterrefatti.
All’improvviso Nalhik notò un’orrida creatura simile ad un avvoltoio ma dotata di esili braccia che terminavano con lunghi e affilatissimi artigli. Uno di questi era infilato nel torace di un uomo di cui non riusciva bene a distinguere la fisionomia. Dovette fare un considerevole sforzo per riconoscere il vecchio veggente che l’aveva imprigionata nel suo corpo poche ore prima. Il demone onirico emise un sibilo agghiacciante muovendosi lungo la parete del laboratorio e cercando di scivolare alle sue spalle.
La presenza di quel mostro la disturbava, doveva sbarazzarsene in modo da riprendere tranquillamente la sua ricerca. Si concentrò per un attimo e, come per incanto, un bagliore cristallino rifulse in una delle mani del vecchio veggente: quel cristallo appuntito era proprio ciò che le serviva.
I suoi pensieri furono interrotti dal suono indistinto di una voce che proveniva dalla stanza.
“Emys!”
Aguzzò lo sguardo in direzione del suono finché non riuscì a focalizzare la sagoma di un uomo alto e sottile: il tagliagole che avrebbe voluto scambiare la sua vita per quella di Kyra.
“Che sciocco!” pensò lasciandosi sfuggire una risata. Ma quando notò le bacchette che il suo Signore le aveva ordinato di riportargli tornò improvvisamente seria.
“Dammele!” ordinò puntando un dito verso di esse.
La voce indistinta le parlò di nuovo:
“Cosa sei diventata?”
“Insolente! Non era una richiesta, ma un ordine!” urlò infuriata.
Non c’era più niente della ragazza che conosceva in quella figura che lo stava minacciando. Ma nonostante ciò tentò un disperato tentativo di far breccia nel suo cuore, per far emergere la vera Emys.
“Emys, ricorda chi sei! Tu sei figlia di Bureng di Usten, allieva di Eron… Non ci riconosci?”
Mentre Ineran parlava con Emys, che sembrava invece non badargli affatto, osservò incredulo il cristallo schizzare via dalle mani di Eron e infrangersi sulla parete alle spalle della ragazza. Solo Eron, grazie alla sua superiore sensibilità, riuscì a vedere la parte eterea di Emys alzare un braccio per invocare il cristallo, che si scagliò come una freccia contro il torace del demone onirico che la stava per ghermire con i suoi artigli. Di ciò che avvenne dopo aveva solo un ricordo confuso: ricordava solo un risucchio dal torace e un improvvisa sensazione di calore laddove era costantemente attanagliato dal freddo, mentre la sua testa si riempiva dello stridio agghiacciante del demone che veniva intrappolato all’interno del cristallo.
Il furfante vide il veggente accasciarsi proprio accanto a lui. Una tempesta infuriava nel suo cuore facendogli sussultare il torace scosso da tremiti. La macchia nera si restrinse sempre di più, fino a ridursi ad una piccola cicatrice da cui fuoriuscì una sottile nube di un denso fumo nero.
Nalhik osservò i frammenti del cristallo su cui si rifrangeva innumerevoli volte l’immagine del demone onirico, mentre una manciata di piume nere, ciò che rimaneva del mostro, svolazzò tutto intorno a lei, adagiandosi sul pavimento.
Una nuove voce indistinta, diversa dalla prima, giunse alle sue orecchie.
“Fuggi!”
Il fardello delle sue spoglie mortali le rallentava i sensi e solo adesso notò un uomo, chiuso nel corpo di un corvo, appollaiato su un mobile. Quando cercò nuovamente le bacchette non riuscì a trovarle, il tagliagole era sparito! Si gettò infuriata nella tromba delle scale, urlando:
“Trovatelo miei servitori! Presto!”
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La mano scheletrica di Worach affondò in una cesta piena di denti, lunghi e affilati come i canini di un lupo. Ne trasse una manciata e li scagliò dal balcone su ciò che rimaneva della palude. La superficie dell’acqua si increspò leggermente riflettendo la luce della luna. Quindi iniziò a ribollire e a gorgogliare finché delle figure umanoidi, alte tre volte un uomo, emersero dalla palude grondanti di acqua.
“Portateli a me!” ordinò il necromante agitando nella mano i tre amuleti dei Triumviri.
Una mezza dozzina di giganti iniziarono a frugare nel fondale melmoso della palude estraendo delle radici nere che si dimenavano come tentacoli.