La Saga di Nodhes di Thraal

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resa dei conti

10 October, 2008 (21:38) | la città dei veggenti

Il sole splendeva forte nella valle di Usten trasformando la foresta di rocce in un enorme forno. Una donna avanzava con passo sicuro nel sentiero che serpeggiava fra le guglie di pietra fino alla collina in cui Eron il saggio aveva costruito la sua capanna.
Gli abitanti del villaggio si erano già abituati alla sua presenza e qualcuno di loro avevo già cominciato a fargli visita di tanto in tanto per chiedere i suoi servigi di veggente. Persino Lord Danskell, il Signore della valle, aveva accettato la sua presenza.

La donna riconobbe subito Eron quando le aprì la porta seppure lo avesse visto poche volte – non era certo un tipo dall’aspetto comune.
Il veggente le sorrise e le fece cenno di entrare. Sul rozzo tavolo di legno c’erano due tazze di terracotta fumanti che sprigionavano un intenso profumo di menta.
La donna, accaldata dal lungo viaggio sotto il sole, si adagiò su uno sgabello osservando imbarazzata la tazza che Eron le stava offrendo.
“È una mia ricetta. Tanto più è caldo e tanto più è rinfrescante.” le spiegò il veggente.
La donna bevve un sorso della tisana sentendo un intenso calore sulla lingua che le scese poi nella gola e nello stomaco. La sensazione si disperse rapidamente lasciando il posto ad un brivido che le attraversò la schiena, dalla base fino al collo per poi salirle alla testa dandole una piacevole sensazione di leggerezza.
Il veggente sorrise osservando l’espressione di stupore della donna, espressione che durò ben poco, dato che la donna si scurì in volto, come se le fosse venuta in mente solo adesso una cosa da dire di estrema importanza.
“Devi aiutarmi Eron, devi parlare con Bureng.”
“Sono arrivato in questa valle solo da tre mesi ma ho già avuto modo di saggiare la testardaggine di tuo marito.”
L’espressione della donna cambiò di nuovo, facendosi quasi supplichevole. Poggiò una mano sul braccio di Eron.
“Sono sicura che a te darà ascolto.”
Eron ci pensò un attimo, fingendo di non aver già deciso e di non essere già a conoscenza di ciò che la donna gli avrebbe chiesto.
“Va bene, farò il possibile per farlo ragionare.”
“Grazie Eron, grazie di cuore. Vorrei accompagnarti ma…”
“Lo so, qualcuno potrebbe vederci. Non temere, conosco la strada.”

La mulattiera che si inerpicava nelle profondità della Gola del Serpente era stretta e ripida, costringendo Eron a fare molta attenzione mentre la seguiva.
La fenditura era così stretta che il sole stentava a penetrarvi e una sottile bruma permeava l’aria impedendo di vedere il fondo della voragine. Di tanto in tanto il sentiero passava su dei vecchi pontili di legno fissati frettolosamente alla parete rocciosa. Probabilmente era stato lo stesso Bureng a ripararli che – si vociferava – ultimamente scendeva molto spesso in quella fenditura.
Man mano che il veggente scendeva, la temperatura sembrava diminuire e, mentre il fruscio del vento proveniente dalla superficie era ormai del tutto attutito, aveva sempre la più netta sensazione di udire sospiri e sussurri provenire dalle numerose nicchie delle pareti rocciose. Estrasse il suo amuleto scaccia-spiriti, sollevandolo come una torcia che, seppure non gli avrebbe illuminato la strada, gli avrebbe senz’altro rischiarato la mente.
All’improvviso, dopo aver svoltato una curva, una piccola figura comparve nella nebbia, facendolo sussultare. Si diresse verso di essa con passo deciso puntando l’amuleto nella sua direzione e aguzzando lo sguardo, capendo infine che si trattava di una bambina. Quando non fu che a pochi passi da lei la riconobbe: era la figlia di Bureng.
“Emys, sei tu?”
La bambina sembrava sconvolta, come se stesse fuggendo da qualcosa che l’aveva terrorizzata. Quando udì la voce calda e pacata che la chiamava, si voltò. Riconobbe il vecchio veggente che era venuto a far visita a suo padre qualche tempo prima e gli si gettò addosso cingendogli la vita.
Eron, che non era abituato ad avere a che fare con i bambini, ricambiò impacciato l’abbraccio cercando di tranquillizzare la bambina tremante di paura.
Il breve momento di serenità fu interrotto da un sussurro, un urlo soffocato dalla nebbia, la voce di un uomo, minacciosa e innaturale, come se provenisse da un altro mondo.
Emys!
Eron prese la bambina per mano e si incamminò con decisione per il sentiero da cui era venuto. Ma, all’improvviso, un volto si parò di fronte a loro. Sembrava lontano perché era offuscato dalla nebbia, ma in realtà era tanto vicino da poterli sfiorare. Le sue orbite erano vuote e non aveva capelli, ma dai lineamenti sembrava un volto femminile. Si trascinava dietro una lunga veste che fluttuava agitata da un vento inesistente, da cui spiccavano due braccia esili che fendevano l’aria alla cieca come per cercare qualcosa.
Costretto a tornare indietro, Eron inforcò una gradinata che scendeva lungo la parete rocciosa. Dopo pochi passi vide emergere dalle nebbie Bureng, visibilmente scosso.
“Presto, devi fare qualcosa!” implorò indicando il corpo esanime di Emys in un alcova nella roccia.
Eron portò istintivamente lo sguardo sulla mano in cui stringeva saldamente quella di Emys fino a un attimo fa. Era scomparsa e non si era accorto di nulla.
Senza troppi complimenti, Bureng lo prese per una mano e lo trascinò fino al pianoro in cui giaceva sua figlia, il volto contratto dal dolore, il torace che si abbassava e si sollevava affannosamente.
Eron si chinò su di lei per esaminarla, chiedendo al padre: “Cosa le è successo?”
“Non c’è tempo per le spiegazioni, fa qualcosa!” rispose con un tono più evasivo che preoccupato.
Nel frattempo lo spettro li aveva raggiunti indisturbato e si aggirava fra di loro senza essere notato. Non procedeva più alla cieca come prima: i suoi occhi vuoti erano ben fissi sul corpo di Emys. Di tanto in tanto, con un gesto fluido, abbassava la mano fino a terra, come per cogliere un fiore e, ogni volta che lo faceva, Emys era colta da un nuovo spasimo di dolore che le impediva di respirare.
Eron capì subito che non c’era niente di naturale in quello che stava accadendo alla bambina, così estrasse dalla sua borsa un cofanetto di legno contenente una polvere compatta. Vi poggiò un pollice e lo passò poi sulla fronte di Emys, lasciandovi un segno color ocra. Subito lo spettro emise un urlo agghiacciante, poiché il veggente gli aveva impedito di toccare l’anima di Emys. Eron prese il volto della bambina fra le mani guardandola dritta negli occhi.

Emys si sentiva precipitare in un abisso senza fondo. La luce sopra di lei, ormai ridotta ad un puntino, era sempre più lontana. Non c’era niente a cui appigliarsi per fermare la caduta e le mancava l’aria. All’improvviso una voce, “Emys!” e due braccia che la afferravano. Il punto luminoso si espanse finché tutto non diventò bianco. Si risvegliò trovandosi di fronte al viso rugoso e preoccupato del vecchio veggente. Gli si gettò al collo in un disperato abbraccio e scoppiò in lacrime.

___

Nodhes riscosse Eron dai suoi pensieri. Dovevano trovare Ineran prima che Emys trovasse lui. Per strada il mercenario si fermò all’improvviso, folgorato dalla vista di una bambina che aveva un’aria molto familiare. Strattonò Eron per un braccio, esortandolo a voltarsi. Il veggente strabuzzò gli occhi riconoscendo nella bambina la piccola Emys, così come l’aveva vista nella sua visione pochi istanti prima.
Emys gli sorrise e si voltò imboccando una strada che conduceva al cuore del Crocevia. Il veggente si mosse subito per seguirla ma una presa ferrea gli serrò il braccio.
“Che intenzioni hai?” chiese Nodhes.
Eron era fermamente convinto che quella bambina rappresentasse la parte di Emys che lui conosceva e che stava cercando di aiutarli.
“Sono sicuro che anche tu l’hai riconosciuta.” gli rispose il veggente sorridendo. “Lei ci condurrà dove dobbiamo andare.”

Ogni volta che i due svoltavano un angolo credendo di aver raggiunto la bambina, la ritrovavano in fondo alla via, di nuovo sorridente, per poi imboccare un’altra strada, saltellando con passi leggeri.
Quando uscirono da Blivor, ritrovandosi in ciò che rimaneva della palude, la bambina passò con un balzo attraverso uno stretto canale fognario del Crocevia, da cui fuoriusciva un liquame denso e verdastro. Giunto di fronte al varco di pietra, Eron si rese conto che attraversarlo era più difficile di quanto la bambina non avesse fatto credere. A complicare la situazione ci si misero degli zombie che  iniziarono a scoccare frecce contro di loro, mentre altri si scagliavano con le spade sguainate.
“Sbrigati Eron!” urlò il mercenario mentre estraeva la sua spada per bloccare l’avanzata dei mostri.

___

Ineran seminò la sua inseguitrice senza difficoltà. Quando giunse alla cittadella si fermò per un attimo, pensieroso. “Portarmi via le donne che amo dev’essere un vizio per te.
Nulla era cambiato dalla sua ultima visita. Solo che un tempo la sua presenza era stata annunciata – e  quindi tollerata – dalle anime inquiete dei suoi abitanti, mentre stavolta vi entrava come nemico.
Una voce che conosceva fin troppo bene interruppe i suoi pensieri.
“Dove pensi di andare?”
Ineran si voltò vedendo un uomo vestito da ufficiale della guardia blivoriana.
“Salve Torald. Sai, avevo quasi creduto di essermi finalmente liberato di te.”
“Il tuo desiderio sarebbe esaudito da tempo se avessi seguito i miei consigli. Se tu avessi consegnato Nalhik, a quest’ora mia sorella sarebbe libera.”
Chi è Nalhik?! Sta forse parlando di Emys?” pensò Ineran.
“Ora che Worach è riuscito a chiamarla a sé, non hai niente in mano e dovrai fare quello che ti dico io.”
Il furfante fissò la guardia con disprezzo.
“L’ultima volta che ti ho dato retta, Kyra ha perso la vita e persino tu ci hai rimesso la tua misera pellaccia.”
“Infatti sono anni che lavoro per riscattare il mio debito mettendoti le carte in mano.”
Ineran ci pensò un attimo, soppesando l’offerta dello spettro. L’unica carta che aveva da giocare erano le bacchette di Worach, di cui ignorava il funzionamento ma che era deciso a non rivelare a Torald.
“Ti ho già dato retta abbastanza, stavolta farò come mi pare. Se quella ragazza ha a che fare con Worach non è cosa che mi riguardi.”
“Allora me ne occuperò da solo!” esclamò Torald estraendo la spada.
“Da molto tempo attendevo questo momento.” replicò Ineran estraendo a sua volta il suo coltello. Ma mentre lo faceva, Torald si era già lanciato in un affondo che Ineran fu costretto a schivare rotolando a terra.
In questo luogo maledetto la presenza spettrale di Torald si era concretizzata in un corpo reale, ma nonostante ciò qualcosa di innaturale traspariva nei suoi movimenti, come una sorta di scia evanescente che seguiva i suoi fendenti e le sue schivate.
Ineran era in serie difficoltà poiché il suo avversario era estremamente abile e, con il suo coltello, non era in grado di sostenere un combattimento equo. Tuttavia mantenne il suo solito atteggiamento di scherno:
“Se combatterei così anche contro Worach, forse c’è ancora speranza per tua sorella.”
“È Worach il signore di questa città ed è lui a decidere il destino delle anime che vi dimorano. Sono sicuro di compiacerlo con un regalo prezioso come la tua vita.”
“Mi stupisce che tu non abbia lottato per liberare la tua anima piuttosto che quella di Kyra.”
“Basta con queste chiacchiere. Muori!”

___

I flaccidi blivoriani attraversavano, spinti dalle lance degli zombie, i grandi ponti di pietra che sovrastano la palude e che conducevano direttamente alla Cittadella, il cuore del Crocevia.
Sotto di essi i giganti evocati da Worach continuavano ad estrarre dall’acqua le radici tentacolari finché, finalmente, dalla superficie dell’acqua affiorò la testa rugosa di una tartaruga gigante, gli occhi sbarrati dal terrore, che si dimenava selvaggiamente. Dopo di essa spuntarono anche le altre due teste dell’oracolo, quella della rana e quella del coccodrillo.
Tre giganti che non stavano estraendo le radici, si avvicinarono alle teste scagliando ciascuno la propria lancia contro ognuna delle tre teste. I tre animali gemettero dal dolore mentre un fiume di sangue sgorgava dalle loro carni martoriate. Presto smisero di dimenarsi, chiudendo gli occhi per sempre.
Worach sghignazzò dall’alto della sua terrazza osservando compiaciuto il macabro spettacolo. Agitò nuovamente i medaglioni dell’oracolo che stringeva nella mano scheletrica, formando una parabola verso l’alto.
Come per incanto, l’oracolo cominciò ad emergere dall’acqua rivelando le sue fattezze informi, più simile alle radici di un albero che al corpo di un animale.
La gigantesca creatura, fluttuò nell’aria leggera come una piuma, sotto gli occhi di tutti. I blivoriani che, pur non avendolo mai visto, sapevano bene come era fatto l’Oracolo, rimasero scioccati dalla visione e cominciarono ad urlare, a piangere e a tentare di fuggire, in preda al panico. Qualcuno di loro cadde giù dai ponti, molti altri vennero infilzati dalle lance degli zombie, impedendo loro di fuggire. Quando finalmente fu ristabilito l’ordine fra i superstiti, Worach sporse dalla balaustra della terrazza un braccio incredibilmente lungo che arrivò a sfiorare con un dito una delle teste dell’oracolo. La creatura fu scossa da un rantolo spasmodico mentre tre nuvole di vapore bianco fuoriuscirono dalle bocche dei tre animali.
Quando anche questi spasmi cessarono, tre voci, unite assieme e che sembravano provenire da ogni luogo fecero vibrare l’aria umida e stagnante del Crocevia:
Comanda Signore.

___

Ineran non era tagliato per gli scontri diretti e uno spadaccino abile come Torald gli rendeva le cose ancora più difficili. Non avrebbe resistito ancora a lungo se non si fosse inventato qualcosa. Decise quindi di tirar fuori una delle bacchette di Worach, lasciando l’altra ben nascosta sotto la sua casacca.
Proprio in quel momento Torald stava caricando un colpo poderoso sollevando la sua spada con entrambe le mani. Quando vide il luccichio della bacchetta stretta nella mano del furfante, fu costretto a sbilanciarsi su un lato infrangendo la spada sul pavimento di pietre.
Ineran sorrise beffardo.
“Fai attenzione! Se si rompono sarà la fine per entrambi.”
Torald si risollevò assumendo una posa minacciosa.
“Se me le consegni farò in modo che tu possa uscire indenne dal Crocevia.”
“Mmm, non mi sembra un patto equo, almeno finché non sai dove si trova l’altra bacchetta.”
“Chi ce l’ha?”
“Qualcuno che la conserva per me, come garanzia.”
“Ce l’hanno i tuoi amici…” sibilò voltandosi come se li stesse effettivamente vedendo.
“Allora? La vuoi?” chiese Ineran sventolando la bacchetta proprio sotto al naso di Torald.
“Certo, dà qua!” gli rispose afferrando la bacchetta con una mano. Ma il furfante non mollò la presa e, anzi, con l’altro mano vibrò una coltellata alla bocca dello stomaco di Torald. Questo lasciò andare immediatamente le bacchette e rivolse uno sguardo, contratto dal dolore ma carico d’odio, al furfante.
“Ho sempre saputo che eri un bastardo.”
Detto questo, sputò un fiotto di sangue poiché Ineran, di tutta risposta, gli rigirò il coltello nella ferita, esclamando:
“Sono contento di averti rincontrato al Crocevia in modo da avere l’opportunità di ucciderti.”
Gli occhi di Torald si rigirarono mentre si accasciava a terra. Con un ultimo sospiro una nube di fumo nero si sollevò dalla sua bocca.

Solo allora Ineran si accorse della presenza di Nodhes ed Eron che lo stavano osservando.
“Chi era quello?” chiese il mercenario.
“È una vecchia storia” gli rispose l’amico. “Piuttosto, come siete arrivati qui?”
Eron, che si stringeva un braccio indolenzito da una freccia conficcata nella spalla, gli rispose con voce commossa ed emozionata:
“Emys ci ha portati qui, la vera Emys!”

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