sentieri tortuosi
“Dov’è Emys?” chiese il mercenario con voce ferma ed autoritaria.
C’era qualcosa di diverso in lui ed Eron se ne era accorto vedendolo combattere. Lo aveva colpito la sua freddezza da cui traspariva però un certo disagio, molto distante dall’impeto furioso da cui veniva travolto ogni volta che brandiva la sua lama nera. Era sicuro che questo mutamento fosse causato dalla stessa spada, ma non riusciva a capirne il motivo.
“Emys?” chiese il furfante, sorpreso dalla domanda.
“Si, è passata di qui un attimo fa. Ci ha guidati lei.”
“Non ne ho davvero idea…” gli rispose Ineran, con malcelata tristezza.
“Tu conosci la strada per arrivare alla Cittadella, non è vero?” riprese Nodhes.
Ineran esitò per un attimo. Il suo compagno era molto diverso dal solito. Perché, all’improvviso, aveva deciso di non lasciare più la città e, anzi, di andare al cuore del Crocevia? Quindi indicò con la mano un varco che si insinuava tra i palazzi alla sua sinistra e da cui si intravedevano la Torre di Worach e la sagoma mastodontica di ciò che rimaneva dell’Oracolo.
Un ombra oscurò il volto di Nodhes.
“Allora non abbiamo più molto tempo.”
Il mercenario si avviò rapido verso il vicolo, seguito a ruota dal furfante, mentre Eron sembrò incedere per un attimo, distratto da qualcosa. Quando Ineran si voltò senza vedere il veggente, richiamò l’attenzione di Nodhes.
“Dov’è finito Eron?”
“Avrà deciso di prendere un’altra strada.”
“No, lo abbiamo lasciato indietro!” sbottò Ineran, stufo di dover trattare con una persona che ad ogni minuto che passava gli si rivelava sempre più estranea.
“Ora non c’è tempo per aspettarlo, stai tranquillo: tiene ad Emys e ci raggiungerà.” replicò freddamente il mercenario mentre riprendeva il cammino. Quando sentì la mano del furfante afferrarlo saldamente per la spalla, Nodhes reagì istintivamente agguantando a sua volta la casacca di Ineran e premendogli le nocche contro la gola, ma la sua presa si sciolse quando i suoi occhi incrociarono quelli dell’amico, che lo scrutavano intensamente sondando in profondità la sua anima.
“Cos’è tutta questa fretta di incontrare Worach? Non avevi deciso di andartene piuttosto?” sibilò Ineran.
Lo sguardo ardente di Nodhes si spense per un attimo, come se l’amico lo avesse messo a conoscenza di una verità lampante di cui era rimasto all’oscuro. Avvertì un prurito al polso destro dove il pesante bracciale di ferro lo legava inesorabilmente alla spada maledetta. Mai come quella volta aveva sentito il suo fardello così pesante.
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La piccola Emys fece capolino dalla soglia di un palazzo, attirando l’attenzione di Eron. Il veggente cercò di chiamare i suoi compagni, ma un intenso dolore alla spalla, laddove era stato ferito da una freccia nemica, trasformò il suo richiamo in un gemito di dolore. Eron attese ancora qualche secondo, tenendo d’occhio al tempo stesso la piccola Emys, temendo che anche lei potesse scomparire, quindi si decise e si incamminò verso di lei.
La bambina lo condusse all’interno dell’edificio, su per le ripide scale, fino ad un balcone che si affacciava su un vicolo parallelo a quello che si era lasciato alle spalle. Ad ogni gradino sentiva una fitta alla spalla e la casacca aveva cominciato ad imbrattarsi di sangue, ma Emys si muoveva rapidamente, sparendo continuamente alla sua vista. Non aveva intenzione di fermarsi finché non fossero giunti a destinazione. La terrazza era collegata da un ballatoio al palazzo di fronte, talmente vicino che Emys lo raggiunse con un solo balzo.
Attraversarono così indisturbati numerosi vicoli avvicinandosi sempre di più alla cerchia muraria della Cittadella, finché finalmente non arrivarono proprio a dirimpetto di una delle porte interne, che inghiottiva a centinaia i flaccidi blivoriani, mentre camminavano lentamente in file composte, ormai rassegnati ad incontrare un destino persino peggiore della morte.
La passerella che Eron si trovava ad attraversare, passava proprio sopra al fiume di persone. Decise di mettersi carponi cercando di non farsi vedere, ma non appena poggiò le mani sul pavimento, una nuova fitta di dolore gli attraversò la spalla facendolo rantolare a terra.
Il dolore e lo sconforto gli impedirono di rialzarsi. “Perché mi hanno lasciato? Se almeno mi avessero estratto questa maledetta freccia…”
Doveva farlo da solo, subito. Se avesse atteso ancora sarebbe rimasto lì per sempre. Con un sforzo immane si sollevò a sedere, poggiando la schiena contro la parete. Tirò fuori dalla borsa un brandello di corda ricavato intrecciando la corteccia di salice e una boccetta contenente un unguento. Si mise la prima in bocca stringendola con forza fra i denti e si spalmò l’unguento sulla ferita gemendo per il dolore. Afferrò con la mano la freccia e fece alcuni respiri profondi, cercando Emys con lo sguardo, invano. Tirò con forza il dardo, che si trascinò dietro uno zampillo di sangue. Strinse forte i denti per resistere al dolore e cercare di non svenire. Si prese ancora qualche momento per recuperare le forze, quindi strappò un brandello della casacca e l’annodò come meglio poteva intorno alla spalla.
Stava per rimettersi carponi, quando vide con la coda dell’occhio Emys, sul tetto dell’edificio che doveva raggiungere, che armeggiava con le corde che sostenevano un vecchio stendardo sporco e lacero, la cui effige era ormai indistinguibile. Quando riuscì finalmente a staccarlo, lo straccio svolazzò stancamente volteggiando fino al ponte levatoio, andandosi a posare proprio sopra a uno degli zombie. Questi cominciò a dimenarsi, urtando violentemente zombie e blivoriani, generando così una certa confusione.
Eron capì che era il momento giusto per muoversi. Con il braccio sano, si issò alla balaustra e, raccogliendo tutte le forze che gli rimanevano, si sollevò da terra mettendosi in piedi. Le gambe gli tremavano ma strinse i denti e si avventurò sulla passerella, passando proprio sopra alla piccola rissa tra blivoriani e zombie, fino ad arrivare al bastione della Cittadella, crollando a sedere, esausto per lo sforzo.
La piccola Emys stavolta non era fuggita, rivolgendogli invece un lieve sorriso per poi voltarsi verso la torre che dominava il ponte levatoio che portava alla Cittadella. Seguendo il suo sguardo, Eron vide lei, la nuova Emys. Aveva un vestito grigio a falde larghe, che svolazzava spinto da una leggera brezza. Se ne stava dritta e rigida, con le braccia stese compostamente lungo i fianchi, mentre i suoi occhi, freddi e spietati, spaziavano sulla città sottostante, vigilando attentamente al lavoro adempiuto dalle schiere di non morti.
La donna alzò per un attimo gli occhi nella loro direzione. Subito Eron si appiattì a terra, sperando che non lo avesse notato.
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“Ma quella bambina…”
Nalhik dovette sorreggersi ai merli della torre per non perdere l’equilibrio, in preda ad un improvviso giramento di testa. Un fiume di ricordi riaffiorò con violenza dai meandri della sua mente.
Una mano grande e forte le chiuse un bracciale intorno al polso, carezzandole poi il braccio fino a stringerle la mano nella sua.
Sotto lo sguardo tenero degli occhi di suo padre, stanchi e segnati da profonde occhiaie, si nascondeva una nota di inquietudine e di autocommiserazione per ciò che aveva fatto.
“Mi raccomando Emys, non toglierlo mai. Finché lo porterai gli Dei ti proteggeranno…”
Bureng esitò per un attimo, come se volesse spiegarle il motivo di quel regalo, ma poi rinunciò decidendo di rimandare le spiegazioni a quando sarebbe stata più grande.
“Non è vero vecchio?” chiese, rivolto al veggente che stava osservando la scena con malcelata preoccupazione.
“Ti ho già detto come la penso, ma a quanto pare non ti interessa.” rispose seccamente Eron.
Mentre osservava distrattamente i due uomini discutere sopra di lei, tornò con la mente all’abbraccio con cui sua madre l’aveva salutata quella mattina, mentre tratteneva a stento le lacrime. Solo più tardi le dissero che avrebbe lasciato la sua casa per sempre.
Emys avvertì il peso della mano di suo padre che le accarezzava i capelli.
“Ti devo tutto Eron. Se non fosse stato per te chissà cosa ne sarebbe stato di lei.”
“Infatti mi prenderò ciò che hai di più prezioso. Così non potrai più nuocerle solo per assecondare la tua brama di potere.”
Emys sentì gli occhi che le bruciavano così li chiuse, concentrandosi sul ricordo della sua mamma, mentre una lacrima le rigava la guancia. Le tornò alla mente il ricordo di quando, sdraiata sul suo lettino, aveva sentito i suoi genitori discutere nella stanza accanto.
“Avevi detto che era per il suo bene.”
“Infatti! Lei le insegnerà molte cose.”
“Ma tu non puoi…”
“Taci donna!”
Si rivide tra le sue braccia, in estate, seduta di fronte alla finestra aperta, a contemplare la luna, mentre una brezza tiepida le scompigliava i capelli. Amava quella storia, la leggenda della nascita della luna, e non si stancava mai di ascoltarla.
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I due tagliagole stavano scalando l’intricato labirinto di edifici che conduceva alla Cittadella, evitando di passare dalle strade che potevano essere controllate dagli spettri e dagli zombie.
Ineran era profondamente sconfortato: il suo destino lo stava trascinando al Crocevia, ma non sapeva cosa avrebbe fatto una volta arrivato. L’avere Nodhes al suo fianco gli dava un barlume di speranza di poter affrontare il necromante in uno scontro diretto. Ma forse non era ciò che doveva fare, forse sconfiggere Worach non sarebbe bastato a liberare Kira. E poi questo improvviso fervore di Nodhes, questa sua ansia di incontrare Worach, lo rendeva ancora più nervoso.
No, non poteva farli incontrare adesso. Doveva trovare prima la Sala delle Ombre, forse lì avrebbe trovato Kira. Torald, prima di morire, gli aveva detto che dovevano cercarla là.
“Allora, ti muovi?” lo esortò Nodhes, che si era già arrampicato sul tetto di un edificio.
“Aspetta, conosco una scorciatoia, da questa parte.”
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“Mia Signora, tutti i blivoriani sono entrati.”
La voce spettrale del fantasma fece trasalire Nalhik, destandola dal torpore dei ricordi. Gettò una rapida occhiata sul palazzo in cui aveva visto la bambina, trovando solo pietre e mattoni. Quindi constatò che le strade sotto di lei si erano effettivamente svuotate. Sentì alle sue spalle il sommesso mugolio della folla di blivoriani che attendeva inerme di incontrare il proprio destino. Infine si incamminò con passo svelto verso la torre, dove Olyssa la stava attendendo.