La Saga di Nodhes di Thraal

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visita al villaggio

25 January, 2008 (19:21) | la maledizione degli dei informi

Il mattino seguente Eron mette in tavola il poco cibo che ha da offrire ai suoi ospiti; i due, piuttosto affamati e facendo assai pochi complimenti, si gettano voracemente sul cibo lanciando di tanto in tanto qualcosa al loro corvo. Eron ed Emys li osservano senza dire una parola: mentre l’uno appare più a suo agio, come se in fin dei conti non si aspettasse molto di più dai due viaggiatori, l’altra ha un’espressione più dubbiosa ed accigliata.
A fine pasto Eron ed Emys si preparano per uscire: devono dirigersi al villaggio dove la moglie di Nanden, un contadino che è già stato portato via dal morbo, li sta attendendo. Il suo giovane figlio è venuto a chiedere l’aiuto del veggente al mattino presto, quando ancora i forestieri stavano dormendo e se ne è subito andato via.
“Abbiamo una faccenda da sbrigare al villaggio, ma torneremo prima del tramonto. Potete rimanere nella mia capanna finché vorrete.” dice Eron uscendo.
Nodhes ed Ineran osservano uscire il vecchio e la ragazza mentre masticano rumorosamente il duro pane, quindi afferrano ciò che rimane della loro colazione ed escono dalla capanna a loro volta.
Durante la marcia Ineran si avvicina ad Emys. La ragazza lo guarda in tralice; forse non prova particolare simpatia per l’uomo.
“Ragazza, raccontami della maledizione” esordisce Ineran.


“… ha avuto inizio quando ero piccola, prendeva solo le bestie a quei tempi e ci portò ben presto alla carestia, ma non avevamo ancora raggiunto il peggio. Dopo qualche mese anche la gente, forse fiaccata dalla fame, cominciò ad ammalarsi. Fuori dalla valle si iniziò a temere che la malattia potesse diffondersi e di conseguenza fummo isolati, ora non ci è concesso uscire dalla valle. I passi sono tutti quanti sorvegliati ad eccezione dell’alto passo montano – molto difficile da percorrere – e del deserto di roccia, da cui siete venuti voi: è un territorio troppo vasto per essere controllato ma talmente aspro da rendere impossibile la traversata a noi valligiani, stremati dalla fame e dagli stenti”.
“Chi ha portato lo sdegno degli Dei nella Valle?” chiede ancora Ineran.
“C’è chi dice sia stato io…” si intromette Eron, poco più avanti. L’uomo ritorna con la memoria a quando aveva rischiato di essere bruciato vivo, a causa della coincidenza del suo arrivo nella Valle con l’inizio della maledizione. Un cospicuo gruppo di villici si era scagliato contro di lui, additandolo come untore; i forestieri d’altronde non sono mai ben visti nei piccoli villaggi. Ma Eron sa che la vera causa del morbo è un affronto agli Dei di cui ignora l’origine… e sospetta che Lord Durskel sappia ben di più di quanto non voglia rivelare.
“Pare però che anche tu sia stato bravo a salvarti la buccia” commenta Ineran, all’oscuro delle riflessioni dell’uomo, abbassando i chiari occhi azzurri. Già, perché Ineran è uno che del salvarsi la buccia ne ha fatto quasi un’arte. La sua carriera di ladro e tagliagole al soldo del prossimo offerente lo espone spesso a molti rischi. L’ultima volta, presso la chiesa-fortezza del Vescovo Yaleus, lui e Nodhes se la sono vista più brutta del solito…

Nodhes attraversò di corsa il cortile della fortezza, mentre alcune guardie lo rincorrevano per assalirlo. Ineran, ancora in alto sulle mura perimetrali copriva la corsa del compagno con il suo arco e la sua micidiale mira. Nodhes però si fermò ed estrasse la sua inquietante spada, pronto a vendere cara la pelle.
“Speriamo che almeno stavolta non si metta a ridere…” pensò inquietato Ineran alla visione di Nodhes che cominciava a tagliare arti all’impazzata. Il furfante cominciò a correre sul camminatoio, in direzione dell’uscita, presto però si accorse che due guardie stavano azionando il meccanismo che abbassava il cancello, chiudendo così la loro fuga.
“Dannazione!” imprecò Ineran e, fermatosi, imbracciò nuovamente il suo arco. Con grande abilità riuscì ad uccidere una guardia mentre l’altra, terrorizzata, si riparò nella guardina. Ineran poté così riprendere la sua corsa verso l’uscita. Druhnkno volò in picchiata dall’alto e, schivata qualche lancia, si avventò sugli occhi degli uomini armati di balestra che presidiavano la torre che si ergeva sopra l’uscita e che stavano prendendo di mira Ineran. Nodhes intanto continuava a fendere colpi calpestando i cadaveri che gli si accumulavano sotto ai piedi.
“Nodhes! NODHES!!!” urlò Ineran cercando di sottrarre il compagno alla sua furia omicida. Il furfante sapeva bene quanto il mercenario fosse pericoloso quando si trovava in quello stato, come testimoniava una cicatrice sul suo fianco sinistro: fortunamente quella volta il compagno si fermò prima di affondare la lama fino in fondo, ma da allora Ineran cerca di evitare di trovarsi troppo vicino a Nodhes quando la furia della battaglia lo rapisce.
“Nodhes! Scappiamo!” continuò ad urlare Ineran mentre finalmente raggiungeva delle scale che scendevano sul cortile, sulle quali stavano però salendo delle guardie. Ineran procedette nella sua corsa sulle mura lasciandosi le scale
alle spalle. Quando le due guardie arrivarono finalmente sul camminatoio, Ineran, coraggiosamente o per disperazione, si gettò di sotto, sperando di attutire la caduta rotolando nelle scale sotto di lui. Il furfante riuscì alla meno peggio e senza farsi troppo male ad attuare la sua manovra, arrancando subito dopo fino alla grata che Nodhes nel frattempo aveva raggiunto. Il mercenario si trovava già al di là del cancello e stava tenendo la grata sufficientemente sollevata per permettere all’amico di passare. Ineran scavalcò il corpo esanime dell’altra guardia che stava cercando di far scendere il cancello, ferita mortalmente al torace da Nodhes.
“Forza, passa sotto” lo esortò Nodhes con la voce rotta dallo sforzo. Ineran fece appena in tempo a passare sotto prima che Nodhes lasciasse la presa. Le guardie si gettarono contro di loro, con le lance in pugno, ma i due riuscirono a scansarsi prima di essere colpiti dalle armi nemiche.
“Tirate su questa dannata grata” urlò il capitano delle guardie, ma i due assassini erano già monanti in sella ai loro cavalli e stavano fuggendo lontano…

 

“Eron il saggio: né uomini né Dei gradiscono la tua presenza in questo villaggio, o quel che ne resta…” è il secco saluto di Burgen, il capovillaggio, rivolto verso Eron e la sua compagnia. Burgen, un uomo schietto e triste, ha accanto a sé il giovanissimo figlio. Attorno a loro alcune persone osservano la scena senza avere il coraggio di intervenire: molti hanno i volti segnati dagli stenti.
“Me ne andrei subito se non ci fosse bisogno di me qui” risponde Eron.
“Hai già fatto abbastanza portandoci la maledizione… e in più prendendoti mia figlia come apprendista”.
“Ecco un altro uomo che vede in me la causa di questa maledizione” dice Eron alla volta di Nodhes ed Ineran, poi girandosi verso il suo interlocutore ed apprestandosi ad oltrepassarlo: “Scusa, ma la vedova di Nanden mi aspetta”.
“Non aspetta te, aspetta solo mia figlia Emys” si intestardisce il capovillaggio sbarrandogli la strada.
“Il figlio del pastore è venuto a chiamarmi personalmente!” continua Eron, ma l’autorità dell’uomo è difficile da contrastare: sebbene questi in verità sia oramai l’ex-capovillaggio – lord Durskel ha preso su di sé tutte le autorità da che è iniziata la carestia – ha ancora il cipiglio di chi è abituato ad imporre il proprio volere.
“Padre…” interviene sottovoce Emys alla volta dell’uomo “Perché mi umili così in pubblico? Perché accusi il mio maestro?”
“Ne abbiamo già discusso Emys, quest’uomo è saggio solo di nome…” poi però Burgen nota gli uomini che accompagnano Eron e a lungo il suo sguardo indugia su Nodhes e la spada che porta al suo fianco.
“Ma tu sei…” inizia Burgen rivolto al mercenario.
Nodhes si ferma a quelle parole, ma non si fa impressionare:
“Sì, mi chiamo Nodhes e questo è il mio compagno Ineran”.
“Che sia davvero quel Nodhes di Thraal?” pensa Burgen che, senza aggiungere altro, si fa da parte lasciando la strada libera. Il capovillaggio però non ha ancora terminato e, quando la figlia gli passa accanto, le afferra il polso e la prende da parte. “Emys, perché non riesci a perdonarmi?”
“Lasciami” risponde lei mentre cerca di divincolarsi, abbassando lo sguardo per non incrociare quello del padre.
“Domani dovrò andare da Lord Druskel, ti prego di venire con me” chiede infine inaspettatamente l’uomo.
La ragazza, sapendo cosa c’è alla torre, prova a dissuaderlo ma sa che non riuscirà mai a contrastare la volontà del padre e non volendo mandarlo da solo si fa sfuggire la promessa di accompagnarlo.

Nodhes ed Ineran restano fuori dalla capanna della vedova Nanden mentre Emys ed Eron al loro interno visitano la donna, colpita duramente dalla maledizione ed oramai cieca e paralizzata a letto. Chi passa di fronte alla stamberga di Nanden non può fare a meno di guardare con curiosità e diffidenza i due stranieri: sono anni che nessuno mette piede nella Valle.

Intanto, all’interno, il giovane figlio della vedova osserva preoccupato Eron mentre visita la madre. Emys non può fare a meno di provare simpatia per quel ragazzo, all’incirca dell’età del fratello che, dopo aver sopportato la morte del padre si è dovuto prendere carico di accudire la madre, ormai morente. Avora, avverita la presenza di Eron accanto al suo letto, allunga la mano in cerca di quelle dell’eremeta. Lui le stringe le mani, volendo farle sentire che le è vicino, ma poi il suo sguardo indugia sulla nere piaghe della malata che gli richiamano alla memoria la brutta esperienza vissuta pochi giorni prima al castello di Lord Durskel, facendogli ritrarre istintivamente le mani.
“E’ il pozzo” dice la donna con un filo di voce all’eremita. “Io li ho visti, vengono la notte al pozzo”.
“Ma di chi parli Avora?”
“Gli uomini vestiti di porpora, scendono al villaggio ed avvelenano il pozzo”.
“Non è mai scesa dal letto…” commenta imbarazzato e spaventato il ragazzo.
La donna ha degli improvvisi e violentissimi colpi di tosse.
“Stai tranquilla” cerca di consolarla Eron. “Non devi affaticarti” quindi la aiuta a bere dell’acqua.
“Non voglio essere portata al castello quando sarà la mia ora” riprende Avora con una certa veemenza, afferrando il polso di Eron. “Bruciatemi, ma non portatemi lassù, non voglio!”.
I suoi occhi incapaci di vedere sono rossi e gonfi, ma in qualche modo riescono ad incrociare lo sguardo del veggente, palesando una grande lucidità che scuote l’animo di Eron dal profondo.
“Faremo come vuoi Avora” la rassicura Eron “ora però devi riposare”.
Emys è sconvolta da quello che sta accadendo intorno a lei ma cerca di riprendesi e, rendendosi conto del dolore del ragazzo, lo porta fuori cercando di prepararlo alla dura realtà che lo attende. Ineran li affianca e, sebbene in modo rude, arriva quasi ad offrire al ragazzo di seguirlo: quando si allontaneranno dal villaggio avranno bisogno di qualcuno che conosca le strade ed i sentieri. Emys non gradisce quell’interferenza ed interpreta le parole di Ineran come puro opportunismo, il suo sguardo duro e gelido lo trafigge ed il furfante, compresa l’ostilità, si fa da parte.
Anche Burgen si ferma a parlare con Ineran, ma in realtà ha il solo scopo di capire meglio chi sia Nodhes, e se sia effettivamente l’uomo che i suoi sogni gli hanno preannunciato. Ma le risposte ironiche e un po’ sarcastiche di Ineran nei confronti del compagno scoraggiano Burgen che si fa ancora più cupo e pensoso.

La sera, tornati alla propria capanna fuori dal villaggio, Eron appare pensieroso ed assorto ma infine si riscuote dal proprio silenzio per fare una richiesta ai propri ospiti: tenere d’occhio il pozzo durante la notte. I due ascoltano la richiesta e i motivi della stessa e, dopo essersi consultati per un attimo, Nodhes risponde all’eremita:
“Se volete li posso fermare.”
“Non è quello che voglio… ma è quello che è necessario”.

 

La notte la luna è alta su Nodhes ed Ineran, appostati sul tetto di un edificio nelle vicinanze del pozzo. Il luogo si trova leggermente discosto dal villaggio, al centro di una piccola radura attraversata. Un tempo la zona era coperta da un prato fiorito in cui i bambini amavano rincorrersi, fino ad arrampicarsi negli alberi, le cui chiome proiettavano fresche ombre. Ora però la maledizione ha guastato anche il paesaggio e gli alberi sono ormai ridotti a stecchi rinsecchiti. Anche il pozzo ne ha risentito ed è sempre meno generoso con gli abitanti. L’attesa è lunga nella fredda notte ed è il corvo il primo ad accorgersi delle due figure incappucciate che si stanno avvicinando: sono due uomini avvolti in una tunica porpora. Uno di loro porta sulle spalle un bastone alla cui sommità pende una catena che termina in una specie di turibolo.
Ineran si muove dal proprio nascondiglio ed aggira i due incappucciati fino ad arrivare alle loro spalle. Nodhes e il suo corvo invece escono allo scoperto ed il mercenario si pianta a gambe larghe di fronte al pozzo. L’odore che proviene dai due è nauseante ed ora che gli è così vicino può vedere che il turibolo esala dei vapori maleodoranti.
“Chiedo perdono” – esordisce flemmatico il mercenario – “ma vorremmo dare un’occhiata all’oggetto che portate con voi”.
I due fanno un gesto di stizza ed un rumore sinistro, come di gatti che soffiano, si leva da sotto i loro cappucci. Nodhes, inizialmente perplesso, è costretto a fare un passo indietro quando la sua vista si annebbia. Le due figure sembrano avvicinarsi mentre tutto ciò che li circonda scompare. I suoi capelli si sollevano in direzione delle due figure come mossi da un vento innaturale. Avverte un forte senso di pesantezza che lo trascina irressistibilmente verso il suolo. In modo quasi automatico sguaina la sua spada nera, liberando la sua mente dall’oscuro sortilegio ma cadendo subito preda alla furia omicida indotta dalla lama ogni volta che la brandisce. Ineran sente sghignazzare l’amico, riconoscendo subito la natura di quella risata… una risata da cui è bene stare alla larga. Nel frattempo il corvo si alza in volo e si getta contro gli occhi di uno dei servitori, facendogli perdere il cappuccio e rivelando così un volto inumano: la carne è piena di tagli dalla quale si aprono e si chiuduno occhi vitrei; la bocca, completamente sdentata, si contorce in un’orrida smorfia emettendo un urlo agghiacciante. Nodhes intanto stacca di netto il braccio al suo avversario per poi finirlo affondando la lama nel petto. Ineran invece imbraccia il suo arco e fa per avvicinarsi, prudente, più per paura che Nodhes sia fuori di sé quanto piuttosto per i due malcapitati; la sua prudenza però è destinata a tramutarsi in orrore quando vede il servitore dalla testa scoperta allungare le braccia, innaturalmente lunghe, verso il volto di Nodhes. Questi avvicina la sua orribile bocca fino a quasi toccare quella di Nodhes in un sacrilego bacio. Il mercenario vorrebbe divincolarsi dal gelido tocco delle mani avversarie ma una forza superiore alla sua volontà lo costringe a rimanere immobile. All’improvviso il mostro inizia ad ispirare profondamente dal suo orrido ghigno, nutrendosi di un denso vapore bianco che fuoriesce dalla bocca di Nodhes, che presto cade in ginocchio sentendosi mancare la forze. Ineran, scosso dalla visione, scatta di corsa mentre estrae il suo lungo coltellaccio. Lo infila violentemente tra le scapole dell’incappucciato, facendolo cadere a terra con un sibilo.
“Sveglia! Riprenditi” urla Ineran a Nodhes cercando di scuoterlo. Dopo poco Nodhes si riprende, in tempo per vedere come i suoi avversari, che giaciono a terra riversi, si stanno dissolvendo sotto gli abiti che li avvolgono. I loro corpi si trasformano in una melma putrida ed insana ed Ineran, orripilato, dà fuoco ai resti e calcia il turibolo dentro un sacco.
“Andiamo, portiamo questo orrore ad Eron” conclude Nodhes.

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